Così l’AI obbliga gli atenei a cambiare
Corriere della Sera - Cultura

Così l’AI obbliga gli atenei a cambiare

Martedì 14 luglio 2026
3 visualizzazioni

Lasciarla fuori dalle aule è illusorio e rinunciatario: va ridefinito il modo di apprendere

Mondiali 2026, Francia-Spagna in diretta

Così l’AI obbliga gli atenei a cambiare

Giovanni Lo Storto | 14 luglio 2026

Lasciarla fuori dalle aule è illusorio e rinunciatario: va ridefinito il modo di apprendere

I tuoi preferiti

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccedi

Hai salvato un nuovo articolo

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

Robert Musil scriveva che chi possiede il senso della realtà ha anche il senso della possibilità: osservare davvero la realtà significa non accettare il presente come destino, ma riconoscerlo come campo aperto a trasformazioni possibili. È una indicazione utile in questi giorni, appena pubblicato il Rapporto ANVUR, di fronte a un dato che l’università italiana può leggere in due modi opposti. Due milioni di iscritti, un massimo storico, raccontano una crescita reale. Ma dietro l’esuberanza aritmetica si intravedono fragilità che i numeri, da soli, non affrontano: abbandoni ancora elevati, carriere irregolari, squilibri tra aree del Paese, atenei radicati nei territori più fragili che perdono attrattività. Il rischio non è quello di avere pochi studenti, bensì di creare un sistema apparentemente accogliente, in cui l’iscritto si formi senza davvero apprendere.

La distinzione non è retorica. Formare significa trasmettere un sapere codificato, misurabile, riproducibile: necessario, ma da solo insufficiente. Apprendere è un processo più lento e meno lineare che sposta il focus sulla persona: si costruisce nella prova ripetuta, nel confronto con casi concreti, nell’errore corretto sul campo. È l’esperienza, più della sola teoria, a trasformare la nozione in giudizio, e si misura non in crediti accumulati, ma in autonomia acquisita nel tempo. Un sistema che confondesse le due dimensioni rischierebbe di produrre profili più occupabili, ma non necessariamente individui e cittadini più liberi e capaci. E soprattutto svuoterebbe l’università della sua funzione più nobile, quella cioè di infrastruttura di emancipazione, mobilità sociale e cittadinanza.

Anche perché i tempi della scuola non coincidono con le esigenze sempre più urgenti del mondo del lavoro, non è un caso che, fuori dalle aule universitarie, sia esplosa negli ultimi anni l’attenzione delle imprese verso la formazione continua dei propri dipendenti: segnale di quanto le competenze invecchiano sempre più in fretta e del bisogno di prepararne di nuove per mestieri che ancora non esistono. Infatti, sempre più aziende si sono dotate di vere e proprie accademie interne di formazione. Tutto ciò va letto insieme ai dati ANVUR: il bisogno di aggiornare continuamente le proprie competenze, e non solo nei primi vent’anni di esistenza, riguarda tanto il sistema universitario quanto quello produttivo. I due mondi avrebbero molto da guadagnare a dialogare di più, passandosi il testimone più volte.

Tra le sfide di oggi, ce n’è una che più di altre ridefinisce il modo di apprendere. L’intelligenza artificiale, in questo quadro, va portata dentro i processi educativi, governandola con analisi, metodo e pensiero critico: tenerla fuori dalle aule, come un corpo estraneo, sarebbe illusorio oltre che culturalmente rinunciatario. Se le macchine aggregano dati, generano contenuti, automatizzano le risposte, il valore della formazione, allora, non può più coincidere con l’erogazione di nozioni. Per generazioni abbiamo addestrato gli studenti a dare risposte esatte a domande già poste da altri. Il compito che ci aspetta oggi è opposto: aiutarli a riformulare le domande, a riconoscere quali valga la pena porre, in contesti dove le risposte automatiche sono già disponibili, ma i criteri su cosa cercare no. È in questo lavoro critico, condiviso tra chi insegna e chi apprende, che l’intelligenza artificiale può diventare occasione di apprendimento e non scorciatoia cognitiva.

Questa evoluzione riguarda non solo i contenuti dell’apprendimento, ma anche le forme con cui esso viene organizzato. Nel digitale la distanza non è più un requisito dirimente: raggiungere pubblici nuovi, offrire flessibilità, rendere possibili percorsi che altrimenti non esisterebbero, però, non può significare abdicare a standard omogenei e a esperienze reali e comparabili. La potenzialità di queste due spinte sorelle è di personalizzare l’apprendimento a livelli fino a poco tempo fa impensabili. Si passa da un modello «uno a molti», nel quale lo stesso contenuto veniva distribuito in forma identica a una massa indistinta, a percorsi capaci di adattarsi alle conoscenze e alle modalità di apprendimento di ciascun individuo. Senza però dimenticare che è nell’esperienza condivisa, non nella sola erogazione di contenuti a distanza, che l’apprendimento diventa autentico.

C’è un nodo altrettanto scomodo, in questo passaggio: l’apprendimento reale nasce sempre più da un contesto collaborativo, non solo performativo. Anche i sistemi di selezione, valutazione e governo interni agli atenei sono chiamati a misurarsi con questa trasformazione. Se premiano soltanto la continuità con ciò che già esiste, la conformità più dell’apertura, rischiano di diventare un freno. Se invece favoriscono responsabilità, innovazione e capacità di generare valore condiviso, possono diventare il primo motore di una nuova forma dell’università.
Digitalizzare processi pensati per il passato sarebbe come affrontare la rivoluzione dei trasporti allevando cavalli più veloci: la battuta, forse apocrifa, attribuita a Henry Ford coglie comunque un punto vero. L’innovazione sta nel comprendere bisogni emergenti e costruire risposte adeguate, non nel rendere più efficiente ciò che già esiste. I paraocchi sulla soluzione più a portata di mano sono l’opposto della mente aperta di chi sa interpretare ciò che sta cambiando.

Il vero salto richiede che chi ha responsabilità di governo negli atenei lavori non alla semplice conservazione delle posizioni, ma alla costruzione delle condizioni perché nuove energie, meriti e competenze possano emergere. È un cambiamento culturale prima che tecnologico: sostituire la logica inerziale del mantenimento degli assetti con una logica capace di far nascere valore dal movimento condiviso.
Su questo terreno si misurerà anche l’eredità del PNRR. Le risorse straordinarie producono cambiamento vero solo se diventano struttura: programmazione, valorizzazione dei dottori di ricerca, piena attuazione del reclutamento programmato e dei percorsi di carriera stabili per i giovani ricercatori, un reale ringiovanimento del corpo docente, e non un semplice potenziamento dei domini già esistenti. Altrimenti, da una stagione irripetibile di investimenti rischiamo di raccogliere più precarietà accelerata che trasformazione: una responsabilità che riguarda tanto le politiche nazionali quanto la capacità di ogni singolo ateneo di tradurle in pratica.

Noi e i nostri studenti condividiamo con Ulrich, l’«uomo senza qualità» di Musil, il vivere in un’epoca senza certezze definitive, dove apprendere significa convivere con la possibilità e con il dubbio. Farlo attraverso l’esperienza, non solo attraverso la teoria, resta una bussola essenziale. La sfida dell’università è offrire questa bussola alla contemporaneità: aiutare persone e comunità a costruire percorsi e identità come processi vivi, aperti, in continua evoluzione, mai come forme fisse. In fondo è proprio questo il suo compito: coltivare insieme il senso della realtà e il senso della possibilità. Perché senza il primo si comprende il presente, ma senza il secondo si rinuncia a costruire il futuro.

14 luglio 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Editoriali e commenti di oggi di Giovanni Lo Storto

Così l’AI obbliga gli atenei a cambiare

Martedì 14 luglio 2026 di Gian Antonio Stella

Confusione «generale» sui Longobardi

Martedì 14 luglio 2026 di Mara Gergolet

La diplomazia del merluzzo grazia Putin

Martedì 14 luglio 2026 di Paolo Fallai

Destino, la direzione inevitabile del futuro, impossibile da prevedere

Martedì 14 luglio 2026 di Luciano Belli Paci

I difetti di una legge elettorale

Martedì 14 luglio 2026 di Carlo Verdelli

All'elettore si deve dire la verità

Martedì 14 luglio 2026 LEGGI TUTTI

Gli approfondimenti e gli editoriali sui principali temi di attualità, politica, economia e costume curati dalle firme più prestigiose del Corriere della Sera. Scopri opinioni e commenti sui fatti del giorno.

Le Newsletter del Corriere, ogni giorno un nuovo appuntamento con l'informazione

Riceverai direttamente via mail la selezione delle notizie più importanti scelte dalle nostre redazioni.

Iscriviti

Condividi questo articolo