Studiare Medicina: questo non è un lavoro, ma un modo di vivere. Ci vuole capacità clinica, ma anche tanta empatia
Corriere della Sera - Cultura

Studiare Medicina: questo non è un lavoro, ma un modo di vivere. Ci vuole capacità clinica, ma anche tanta empatia

Martedì 14 luglio 2026
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Decidere il corso di laurea è una scelta di vita: cosa si studia, quali sono le difficoltà e quali sono gli sbocchi professionali

Studiare Medicina: questo non è un lavoro, ma un modo di vivere. Ci vuole capacità clinica, ma anche tanta empatia

14 luglio 2026

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Decidere il corso di laurea è una scelta di vita: cosa si studia, quali sono le difficoltà e quali sono gli sbocchi professionali

Martina Perazzolo Marra / CorriereTv

Studiare Medicina significa unire l'amore per le scienze, le materie scientifiche, applicandole all'essere umano inteso come corpo, come mente, come persona, globalmente, traendone anche una profonda e fortissima soddisfazione umana, personale.

Studiare Medicina nel dettaglio significa iscriversi al corso di Medicina e Chirurgia, che è l'unico a livello legislativo italiano che permette di conseguire la laurea abilitante alla professione medica, altrimenti non esercitabile mediante altri corsi. Il metodo di insegnamento è basato su una solida base culturale e metodologica conseguita nello studio delle discipline pre cliniche ed in seguito prevalentemente centrato sulla capacità di risolvere problemi e prendere decisioni, sul contatto precoce con il paziente, sull'acquisizione di una buona identità professionale e di competenze che comprendano, nell'ambito dei problemi clinici di più frequente riscontro e delle principali urgenze, sia un'ottima capacità e abilità clinica, sia capacità di rapporto umano con il paziente, divenendo capace di prendersene cura.
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​In conformità alle direttive europee vigenti la durata del corso per il conseguimento della Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia Ã¨ di sei anni. L'accesso al corso a partire dall'anno accademico '25-'26, è regolato dall'iscrizione al semestre aperto, detto anche Â«semestre filtro», ovvero un periodo di formazione iniziale della durata di circa tre mesi, a cui si può essere ammessi senza alcun test d'ingresso. Durante il semestre aperto, tutte le persone iscritte frequentano tre corsi comuni: chimica e propedeutica biochimica, fisica e biologia. Al termine del semestre aperto vengono effettuati test uniformi e a livello nazionale che determinano la formazione di una graduatoria nazionale. 
Nei primi tre anni di corso gli insegnamenti sono mirati al coinvolgimento nella pianificazione di una ricerca di base, iniziando con esami inerenti materie scientifiche generali come chimica, biologia ed istologia. Nel periodo intermedio si acquisiscono via via nozioni inserite nell'ambito clinico come immunologia, biologia molecolare, genetica, arrivando al termine del terzo anno ad aver appreso le conoscenze di patologia generale, fisiopatologia e medicina di laboratorio. Una costante del corso è la presenza del tirocinio professionalizzante,
che avviene già dai primi anni al fine di acquisire, anche in ambienti di simulazione, aspetti pratici di comprensione della gestione di dinamiche di gruppo.
Superato quindi quello che viene chiamato il cosiddetto triennio pre-clinico, si arriva a mettere insieme i mattoncini e si è pronti ad affrontare il secondo triennio. Questo triennio è strutturato da sempre con insegnamenti obbligatori in cui figurano gli esami inerenti le parti fisiopatologiche e cliniche dei diversi apparati, affiancate da insegnamenti trasversali come possono essere farmacologia e diagnostica per immagini.
Una volta conseguiti tutti i crediti, tocca la prova finale, che consiste in un esame di discussione di una dissertazione scritta, la cosiddetta tesi, che verte su un argomento coerente con gli obiettivi della classe. La prova finale ha un valore di esame di stato abilitante all'esercizio della professione di medico chirurgo, previo il superamento dei tirocini pratici valutativi.

La cassetta degli attrezzi all'inizio deve essere vuota perché deve riempirsi gradatamente e gli attrezzi da prendere sono:
1. La costanza. Frequentare le lezioni, per seguire un metodo che deve diventare la nostra costante, un metodo clinico. Darsi i tempi programmati, come in una camminata in montagna. Bisogna trovare il proprio passo. Passi crescenti.
2. La capacità di sintesi, intesa non come brevità e scorciatoie, ma abilità nel trovare una mediazione tra le lezioni ascoltate, obbligatorie, e i testi suggeriti, in modo da non perdersi dietro i dettagli, ma sapere benissimo dove trovarli.
3. I tirocini: vanno sfruttati soprattutto per interrogarsi all'inizio se siamo più proni ad una disciplina chirurgica o medica e sono anche fondamentali per prendere aria tra un semestre e l'altro, quando sembra di esserci allontanati tantissimo dalla clinica. Anche un tirocinante può fare la differenza: in reparto, un tirocinante con i guanti, nell'urgenza, sarà colui a cui si rivolge il medico strutturato quando ha bisogno di un paio di mani in più. Quindi essere proattivi.
4. Lavorare di gruppo. Dall'inizio creiamo un gruppo di studi. Sarà più facile superare gli esami. E ricordatevi che nella medicina la parola che per definizione userete più spesso è proprio collega. Oggi la medicina non si basa sulla scelta di un singolo, ma solo su scelte multi disciplinari in ogni specialità.
5. Ovvero l'ultimo anno, da sfruttare per crearsi piani B per la specialità e se vogliamo anche per sfruttare la tesi come il punto iniziale per un percorso accademico.

Dopo la laurea abilitante, i medici chirurghi generici possono svolgere libera professione o incarichi di continuità assistenziale. Per completare la loro formazione possono anche accedere, mediante prove selettive, alle scuole di specializzazione, di area medica, chirurgica o dei servizi o altresì a corsi di formazione in Medicina generale.  Innanzitutto, la dicotomia più immediata su cui porre attenzione è se si decide per un percorso medico clinico o chirurgico. In secondo luogo, almeno per chi decide di praticare la professione in Italia e quindi nel nostro modello di assistenza sanitaria, dobbiamo chiederci se vogliamo farlo a livello pubblico ospedaliero, privato convenzionato o a livello ambulatoriale. La cosa buona è che al momento non credo esista un laureato in medicina disoccupato, proprio perché i sei anni affinano la fantasia alla nostra scelta professionale futura.

La Medicina non significa assolutamente fare il medico. Io non faccio il mio lavoro di medico, io sono un medico. E questo, a ragione o torto, chi più chi meno, chi lo voglia ammettere oppure no, riguarda ogni laureato in Medicina. Il percorso di studi ti cambia, non sei e non sarai mai quello dell'inizio, ma comunque sarai migliore e non per il semplice passare del tempo e degli anni, ma perché fare il medico significa trarre un piacere, una soddisfazione enorme da ogni cosa che fai quando segui, anche nel tuo quotidiano, inconsciamente, quel metodo rigoroso clinico che è diventato il tuo modo di vivere. 
Nel mio piccolo io ho fatto Medicina perché volevo capire un reperto che mi era stato riscontrato nell'ambito della medicina sportiva. Quando ho sentito per la prima volta il suono dell'effetto Doppler - e ancora torna la fisica del primo anno - mi si è aperta una curiosità talmente enorme che dovevo capire quello che non conoscevo. E io ho tentato per due volte l'esame di ammissione alla Scuola di Cardiologia.

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14 luglio 2026 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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