A Gibellina si rinnova il sogno di Corrao
Corriere della Sera - Cultura

A Gibellina si rinnova il sogno di Corrao

Martedì 14 luglio 2026
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La riflessione del saggista Roger Abravanel sul progetto voluto da Ludovico Corrao: una visione custodita e passata poi in eredità alle figlie

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A Gibellina si rinnova il sogno di Corrao

di Roger Abravanel

La riflessione del saggista Roger Abravanel sul progetto voluto da Ludovico Corrao: una visione custodita e passata poi in eredità alle figlie

L'Orestea a Gibellina (Fondazione Orestiadi)

Sono andato a Gibellina per assistere a una nuova opera di Emilio Isgrò alle Orestiadi, in occasione della nomina di Gibellina a capitale della arte contemporanea. Pensavo di ritrovare una storia che conoscevo: il terremoto del Belice, il Grande Cretto di Burri sulla «Gibellina vecchia» il museo a cielo aperto di arte contemporanea in quella «nuova».

Invece, accompagnato dalle due figlie di Ludovico Corrao, il leader visionario che ha immaginato e sponsorizzato tutto, ho capito un nuovo messaggio.
Corrao voleva fare rinascere Gibellina a pochi km di distanza da quella distrutta dal terribile terremoto grazie all'arte contemporanea, per farne il motore della rinascita economica e civile. Chiamò i migliori artisti del suo tempo. Burri, Consagra, Pomodoro, Isgrò e molti altri. Tutti risposero non soltanto a un invito artistico, ma a un progetto visionario.

Se il metro di giudizio è quello demografico, bisogna riconoscere che quel sogno è rimasto incompiuto. Lo spopolamento non si è fermato. Erano 6mila gli abitanti di Gibellina «vecchia» (quella sepolta sotto il Cretto) e sono 3mila oggi nella Gibellina «nuova». È rimasto quello che è uno straordinario memoriale , il Cretto di Burri sopra la Gibellina distrutta . E un museo di arte contemporanea a cielo aperto nella Gibellina nuova
Sarebbe però profondamente ingiusto fermarsi qui.

Se anche ha fallito nella sua idea di fare rivivere Gibellina grazie all’arte contemporanea, Corrao ha creato qualcosa di ancora più raro: uno dei più straordinari patrimoni italiani di arte contemporanea. Il Grande Cretto, il museo diffuso, le Orestiadi e la sua collezione privata trasformata in patrimonio pubblico costituiscono un insieme unico, nato non dall'accumulo di opere ma da una visione, quella di mantenere la memoria di una catastrofe del secolo scorso. Il Grande Cretto di Alberto Burri è uno dei più straordinari memoriali contemporanei che abbia mai visitato. Non celebra una vittoria, non racconta un eroe, non espone nomi scolpiti nella pietra. Fa qualcosa di molto più radicale: trasforma un’intera città distrutta in memoria. Burri non ha costruito un monumento sopra le macerie. Ha fatto delle macerie il monumento. Ha ricoperto la città con un immenso sudario di cemento bianco, lasciando aperti i tracciati delle antiche strade perché chi cammina nel Cretto percorra, senza quasi accorgersene, la geografia di una comunità scomparsa. È una delle più grandi opere di land art al mondo e la più grande mai realizzata da Burri, estesa su circa 86.000 metri quadrati. Per forza evocativa il Cretto appartiene alla stessa famiglia dei grandi memoriali del nostro tempo: il Memoriale della Shoah di Berlino, il Memoriale dell’11 settembre a New York, il sacrario di Marzabotto. Ma, a differenza di questi, nasce dall’incontro tra una tragedia naturale e un’opera d’arte contemporanea. Non rappresenta il dolore: lo incorpora.

Le Orestiadi di quest’ anno, allestite proprio sul Cretto, mi hanno portato a una triste constatazione. Mentre quei memoriali sono diventati mete conosciute da milioni di persone, il Cretto resta soprattutto un luogo degli addetti ai lavori: artisti, architetti, storici dell’arte, curatori. Il grande pubblico italiano lo conosce poco e quello internazionale ancora meno.

Passeggiando oggi per Gibellina nuova si è delusi una seconda volta . Le opere conservano intatta la loro forza, ma molte mostrano i segni del tempo; la vegetazione avanza in alcuni punti, gli spazi chiedono manutenzione e cura. Non è una critica all'amministrazione comunale, alla Fondazione o a chi ogni giorno si impegna con dedizione. È la dimostrazione che un museo a cielo aperto di questa complessità richiede restauri continui, professionalità specialistiche e risorse ben superiori a quelle normalmente disponibili per una piccola comunità. E anche le Orestiadi che ospitano annualmente rassegne internazionali di teatro, musica, arti visive con la presenza di attori e registi di eccezione, meritano pubblico e infrastrutture molto più significative.

Qui emerge il vero paradosso di Gibellina. È un luogo conosciuto dagli artisti e dagli storici dell'arte, ma quasi sconosciuto al grande pubblico. Se Pompei soffre per l'eccesso di visitatori, Gibellina soffre del contrario. Troppo pochi visitatori significano anche troppo poche risorse da reinvestire nella conservazione, nello sviluppo e nel marketing.

Il sogno di Corrao non si realizza perché l’arte contemporanea non ha fatto rivivere «Gibellina nuova» creando posti di lavoro per artigiani, artisti, storici dell’arte come lui sperava e perché un memoriale straordinario come il Grande Cretto e un museo di arte contemporanea a cielo aperto non sono noti al grande pubblico italiano e ancor meno a quello internazionale
Ma Ludovico Corrao non ha solo lasciato uno straordinario lascito al Paese , contrariamente a molti innovatori italiani, ha anche lasciato una governance per realizzare il secondo atto della sua visione, secondo quei principi della meritocrazia che da anni racconto su questo quotidiano.

Camminando con le sue due figlie ho capito che non mi stavano mostrando una collezione. Stavano condividendo una missione. Ludovico Corrao avrebbe potuto lasciare alle figlie un importante patrimonio privato, come fanno molti imprenditori con i loro eredi. Scelse invece di trasformare la sua collezione in un bene pubblico e di affidare loro non un patrimonio da possedere, ma una visione da custodire. Lo fanno in modo diverso dal padre. Una, nota arabista, rafforza il dialogo tra Ghibellina, il mediterraneo e il mondo arabo e l’altra, esperta di moda e design ,valorizza il tema del lavoro delle donne di Gibellina con tele e tessuti. Una collezione si eredita. Un sogno si sceglie di servire. Le figlie non hanno ereditato opere d'arte: hanno ereditato la sua legacy e, con intelligenza e dedizione, hanno impedito che quella visione si disperdesse.

Oggi la storia entra in una nuova fase. Il primo tempo è stato quello del visionario che ha chiamato i grandi artisti del Novecento. Il secondo è quello dei custodi che cercano di preservare quel patrimonio. Ma è solo l’inizio di un percorso che però richiede a sua volta una profonda evoluzione, se non si vuole che il lascito di Ludovico Corrao finisca nell’oblio.

Non servono altri grandi artisti. Corrao li aveva già trovati. Servono grandi costruttori di istituzioni culturali: fondazioni, mecenati, fund raiser, manager della cultura, esperti di turismo internazionale e di comunicazione, capaci di trasformare Gibellina in una destinazione culturale conosciuta dal grande pubblico quanto lo è già dagli addetti ai lavori.

Il modo migliore per onorare Ludovico Corrao non è aggiungere soltanto nuove opere. È completare la sua visione. Approfittare della nomina a Capitale italiana dell’arte contemporanea per fare della Gibellina dei Corrao non soltanto il memoriale di una tragedia, ma uno dei grandi luoghi della cultura contemporanea europea.

A settembre , la Galleria di Arte Moderna e Contemporanea ospita le figlie di Corrao per un evento su Ghibellina. Forse è l’occasione per capire come aiutarle e realizzare il sogno del padre.  

14 luglio 2026 ( modifica il 14 luglio 2026 | 14:18)

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