Studiare Scienze della Comunicazione: non solo social. Progettare messaggi e usare il digitale per creare valore
Corriere della Sera - Cultura

Studiare Scienze della Comunicazione: non solo social. Progettare messaggi e usare il digitale per creare valore

Martedì 14 luglio 2026
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Decidere il corso di laurea è una scelta di vita: cosa si studia, quali sono le difficoltà e quali sono gli sbocchi professionali

Studiare Scienze della Comunicazione: non solo social. Progettare messaggi e usare il digitale per creare valore

14 luglio 2026

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Decidere il corso di laurea è una scelta di vita: cosa si studia, quali sono le difficoltà e quali sono gli sbocchi professionali

Nicola Ferrigni / CorriereTv

Studiare comunicazione significa imparare a leggere il mondo in cui viviamo.
Non vuol dire soltanto capire come funzionano i social media, le piattaforme digitali. Vuol dire chiedersi perché funzionano così, chi le governa, quali interessi mettono in gioco, quali effetti producono sulle persone, sull'identità, sulla politica, sul potere. La comunicazione non è una tecnica, è una chiave di lettura della realtà. E infatti ogni giorno siamo immersi in messaggi, immagini, parole, video, notizie, post, algoritmi.
E dunque studiare comunicazione significa imparare a non subirli, significa decodificarli, interpretarli, capirne il senso. E poi significa anche produrre di nuovi contenuti, narrazioni, strategie, campagne e progetti, ma con una consapevolezza di fondo. Comunicare non è mai un atto neutro. Ogni messaggio può informare o manipolare, può includere o escludere, costruire fiducia o seminare diffidenza.

Il corso dura tre anni. I 180 crediti uniscono scienze sociali, diritto, informatica, media e competenze pratiche. Al primo anno, dunque, si costruiscono le basi con materie come sociologia, ad esempio come economia, metodologia della ricerca, geografia dei media, oppure il diritto o la comunicazione pubblica e digitale, più naturalmente, una lingua straniera. Al secondo anno del corso di studi entriamo nel vivo e dunque abbiamo sociologia della comunicazione, oppure incontrerete il diritto pubblico, i linguaggi e tecnologie per il web o anche l'informatica applicata. E poi abbiamo anche, sempre secondo anno, i famosi laboratori che sono quelli empirici. Quindi laboratori come social media management o quello di scrittura giornalistica o ancora quello di o di geografia visuale. Qui è un po' come se la comunicazione passasse da una parte più teorica ad una più empirica. Quindi si scrive, si progetta, si sperimenta. E infine, al terzo anno, il percorso del corso in comunicazione guarda poi invece al mondo professionale, dunque al digitale e quindi materie come comunicazione digitale, data science per la comunicazione, il diritto dell'informazione. C'è poi una parte conclusiva e naturalmente poi la prova finale. 

Per studiare comunicazione non serve essere già tecnici, non serve saper programmare e fare grafica o scrivere per i giornali. Serve innanzitutto la curiosità per la società, per le persone, per il modo in cui le informazioni circolano. Le tecnologie trasformano i comportamenti, le relazioni di lavoro, la politica. E poi, secondo punto: serve spirito critico. Chi studia comunicazione deve imparare a farsi domande scomode. Da dove arriva questa notizia? Chi l'ha prodotta? Chi parla? Cosa mostra o cosa nasconde? E dunque serve anche, a mio avviso, attitudine alla scrittura e alla lettura. Perché comunicare bene significa innanzitutto pensare bene, cioè organizzare le idee, scegliere le parole e costruire un ragionamento e fine. Ultimo punto: serve apertura mentale. E questo corso è profondamente interdisciplinare, come abbiamo sentito poco fa, perché si passa appunto dalla sociologia all'informatica, dal diritto allo storytelling, dall'economia alla geografia dei dati culture digitali. Dunque chi cerca un percorso lineare e verticale troverà qualcos'altro, perché è un percorso che allarga lo sguardo. 

Scienze della Comunicazione apre molte strade per una ragione semplice: oggi ogni organizzazione ha bisogno di comunicare imprese, enti pubblici, media, piattaforme, territori, seduzioni. E nel privato si lavora sempre nella comunicazione corporate, nella reputazione aziendale, nella responsabilità sociale d'impresa, nelle risorse umane. Naturalmente nel digitale si aprono ruoli infiniti: i social media manager, digital content curator, transmedia storyteller, data communication analyst. Oppure ancora anche nel settore pubblico, perché la comunicazione serve a rendere enti e istituzioni più trasparenti, più accessibili e vicini ai cittadini, dai canali digitali alle comunicazioni inclusiva, fino al community management territoriale. Questo è il punto distintivo del corso, che non forma soltanto persone capaci di usare gli strumenti digitali, forma persone capace di usarli con testa per creare valore, fiducia, partecipazione e inclusione.
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Studiare Scienze della Comunicazione mi ha insegnato a non dare nulla per scontato: non un titolo di giornale, non una campagna pubblicitaria, non un discorso politico, non un algoritmo, non una parola scelta al posto di un'altra. Mi ha insegnato che dietro a ogni messaggio c'è sempre una scelta e che capire quella scelta significa essere più liberi. Perché la comunicazione non descrive il mondo, lo costruisce. Forse se dovessi dire in una frase perché scegliere questo corso, direi perché viviamo in una società in cui tutto parla, ma pochissime cose spiegano. E la differenza tra le due, tra il rumore e il silenzio, è quello che si impara qui. Studiare Comunicazione significa imparare a leggere il presente e forse a non farsi leggere dagli altri.

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