Vagabondi e vagabonde nelle Dolomiti: le «passeggiate» dell'alpinista Paul Grohmann e gli albori del turismo
Corriere della Sera - Cultura

Vagabondi e vagabonde nelle Dolomiti: le «passeggiate» dell'alpinista Paul Grohmann e gli albori del turismo

Lunedì 13 luglio 2026
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Esce la traduzione integrale del libro curata da Luigi Tassi: l'esplorazione delle vette e la nascita dell'identità moderna della montagna

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Vagabondi e vagabonde nelle Dolomiti: le «passeggiate» dell'alpinista Paul Grohmann e gli albori del turismo

di Francesco Chiamulera

Esce la traduzione integrale del libro curata da Luigi Tassi: l'esplorazione delle vette e la nascita dell'identità moderna della montagna

La copertina del libro

Date da segnare sul taccuino. Centosessant’anni fa, era il 1866, per la prima volta il viennese Paul Grohmann, cofondatore del Club alpino austriaco, l’Oesterreichischer Alpenverein, si recava a Sesto di Pusteria per «esplorare» quel villaggio tirolese. E quasi centocinquant’anni fa (1877) pubblicava «Wanderungen in den Dolomiten», letteralmente «Passeggiate nelle Dolomiti», che in Italia è semisconosciuto, fino ad oggi. È infatti appena uscita la prima traduzione integrale, con una nuova curatela, di quel libro seminale: ci ha pensato Luigi Tassi, alpinista e fotografo. Il titolo un po’ ramingo di Grohmann, con quelle «passeggiate», ricorda il «Zigzagando nelle Dolomiti» di Elizabeth Tuckett, vispa e benestante londinese che viaggiava col fratello, pubblicato in quegli stessi anni: l’esplorazione infatti era presentata, secondo una certa deliziosa foggia borghese, più come una specie di deviazione dalle rotte, quasi svagata e casuale, insomma un vagabondaggio colto, che come una metodica raccolta di informazioni.

Perdersi per conquistare le vette

Perdersi, insomma, per trovare, ma che cosa? Be’, le Dolomiti. Tra il 1863 e il1869, in pochi, frenetici anni, Grohmann era salito su tutte le montagne della zona, dalle Tofane al Cristallo, dall’Antelao alla Marmolada alla Cima Grande di Lavaredo. Ma la «conquista» delle cime, se vogliamo usare questo termine che oggi la maggior parte degli amanti della montagna considerano desueto, legato com’è a un’idea virilista e antica della ascesa in roccia, è stata solo una metà, o forse perfino meno della metà, dell’eredità di Grohmann. Perché l’album di famiglia dei grandi dell’alpinismo dolomitico è ricco (da Paul Preuss a Georg Winkler, da Tita Piaz a Franz Innerkofler, da Peter Salcher a Michele Bettega), ma la cosa che ci interessa per davvero dell’austriaco, oggi, è quello che ha lasciato scritto delle montagne in cui fanno vacanze e villeggiature milioni di turisti.

L'affresco

Mentre infatti Tuckett e Amelia Edwards e altri ci consegnavano testi e disegni della vita delle popolazioni dolomitiche, Grohmann faceva l’affresco dell’insieme: le crode, le vie, i sentieri, e insieme gli albori del turismo. Il libro contiene una prefazione sul ruolo storico delle Guide Alpine, l’ha scritta Paolino Tassi, guida di oggi, e menziona vere celebrità della storia dell’alpinismo, come Franz Innerkofler e Peter Salcher e gli ampezzani Angelo Dibona, Francesco Lacedelli, Santo Siorpaes. Senza di loro, non potrebbero esserci i Grohmann, i Preuss e tutti gli altri: a conferma che l’identità moderna delle Dolomiti non è esattamente un portato «coloniale» o di «occupazione», ma una storia che è stata scritta insieme. Da viaggiatori cosmopoliti e da indigeni intraprendenti.

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