Come far tornare a casa i cervelli
Nell’era dell’AI, l’Italia ha l’opportunità di creare un ecosistema competitivo
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Come far tornare a casa i cervelli
Anna Corrado | 12 luglio 2026Nell’era dell’AI, l’Italia ha l’opportunità di creare un ecosistema competitivo
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«Siamo rimasti in Italia per riconoscenza. Qui abbiamo ricevuto un’ottima formazione universitaria e lo Stato ha curato gratuitamente i nostri familiari. Ci sembrava giusto restituire qualcosa al nostro Paese».
Sono parole pronunciate da un giovane imprenditore durante un convegno dedicato alla sovranità tecnologica e alla sicurezza economica al tempo dell’intelligenza artificiale. Lui e altri tre brillanti laureati hanno deciso di sviluppare in Italia la loro impresa nel settore del cloud e della protezione e controllo dei dati, rinunciando alla più facile prospettiva di trasferirsi oltreoceano.
È una testimonianza che colpisce perché va contro una narrazione ormai consolidata, quella secondo cui l’Italia sarebbe inevitabilmente destinata a perdere i propri talenti migliori. Eppure proprio questo episodio suggerisce una riflessione diversa.
Da anni il dibattito pubblico si concentra sulla cosiddetta «fuga dei cervelli». Ogni volta che un giovane ricercatore lascia il Paese, il fenomeno viene raccontato come il sintomo del declino italiano. L’Italia, è noto, non ha un problema di formazione. Le nostre università continuano a preparare ricercatori, ingegneri e professionisti di altissimo livello. Lo dimostra il fatto che molti di loro, una volta entrati nei grandi centri di ricerca internazionali, ottengono rapidamente riconoscimenti scientifici e responsabilità di primo piano.
Il problema nasce dopo. Molti giovani trovano fuori dai confini nazionali ciò che qui ancora fatica a consolidarsi: finanziamenti, infrastrutture, capitali di rischio, laboratori, procedure amministrative più semplici e un ecosistema che accompagna la ricerca fino alla nascita dell’impresa. È questo il vero nodo della competitività. Quando una startup innovativa trasferisce la propria sede all’estero, l’Italia non perde soltanto lavoratori qualificati. Perde brevetti, proprietà intellettuale, investimenti futuri, capacità di attrarre altri talenti e, soprattutto, perde il valore economico generato da conoscenze che spesso sono state costruite grazie a investimenti pubblici.
La competizione internazionale, oggi, riguarda la qualità degli ecosistemi dell’innovazione. L’Italia non può, realisticamente, competere nella costruzione dei grandi modelli di intelligenza artificiale. Può però diventare protagonista in quei settori nei quali possiede competenze industriali solide: manifattura avanzata, robotica, automazione, biomedicale, agroalimentare, design, patrimonio culturale. La via per farlo passa da investimenti nella ricerca di base sull’intelligenza artificiale, per trasformarla da tecnologia di frontiera, ancora largamente empirica, in scienza consolidata per poi mettere questi risultati al servizio dello sviluppo dei sistemi verticali. Occorre, quindi, una politica industriale che dia continuità agli incentivi.
Servono investimenti nelle infrastrutture digitali, nella capacità di calcolo, nei cloud europei, nel trasferimento tecnologico tra università e imprese, e in un’amministrazione capace di accompagnare la trasformazione e perché no, che assuma il ruolo di primo utilizzatore delle nuove tecnologie. Gli appalti pubblici innovativi, gli ambienti di sperimentazione regolata, i partenariati per l’innovazione possono costituire strumenti essenziali per consentire alle startup di validare i propri prodotti e acquisire credibilità sul mercato internazionale. Anche il diritto amministrativo è chiamato a ripensare la propria funzione. Non basta più garantire la legittimità dell’azione pubblica o regolare i mercati. Oggi è chiamato a supportare la costituzione di ecosistemi nei quali ricerca, capitale e impresa possano trasformare la conoscenza scientifica in sviluppo economico.
In questa prospettiva potrebbe cambiare anche il significato della sovranità tecnologica, come capacità di sviluppare tecnologie strategiche e costruire filiere industriali europee. Per questo la vera domanda non è perché i giovani lasciano l’Italia ma quale Paese vogliamo costruire affinché scelgano di tornare. Se saremo capaci di offrire un ecosistema competitivo, la mobilità internazionale non sarà più una perdita. Diventerà ciò che dovrebbe essere in una moderna economia della conoscenza: un’opportunità di crescita individuale che arricchisce anche il Paese d’origine, perché chi parte sa di poter trovare, al ritorno, le condizioni per trasformare il proprio talento in innovazione, sviluppo e impresa.
12 luglio 2026
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