Legge giusta che dia stabilità
Come votare: perché si possa arrivare a una scelta condivisa è necessaria la legittimazione reciproca dei contendenti
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Legge giusta che dia stabilità
Roberto Gressi | 12 luglio 2026Come votare: perché si possa arrivare a una scelta condivisa è necessaria la legittimazione reciproca dei contendenti
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C’è ancora tempo per cambiare passo sulla legge elettorale. Che nessuno sia affezionato alle norme attuali non è un mistero. Per altro, hanno funzionato, nel senso della stabilità del sistema, solo perché nel 2022 il centrosinistra si è presentato diviso. Ma le nuove regole balbettano, anche per le divisioni all’interno della maggioranza, e il rischio che non se ne faccia nulla è concreto, come è concreta la possibilità di andare a sbattere contro le osservazioni della Corte costituzionale.
Certo, come si dice con gergo bossiano, è sempre possibile che il centrodestra trovi la quadra, e approvi in solitudine la nuova legge. Sarebbe probabilmente la strada più comoda per tutti i leader. Il campo largo potrebbe dire che si tenta un golpe istituzionale, che Giorgia Meloni vuole i pieni poteri e che vuol fare un solo boccone della presidenza della Repubblica. La maggioranza potrebbe sostenere che la sinistra vuole sottrarre al popolo il potere di decidere, per puntare al pareggio e arrivare al governo con gli intrighi di Palazzo. I due poli sarebbero maestri in quello che sanno fare meglio: un’interminabile campagna elettorale.
Non c’è dubbio quindi che, a proporre un altro percorso, si rischi di fare la figura degli ingenui e degli sprovveduti. Ma è proprio impossibile provare a condividere le regole del confronto democratico, cercando di dare al Paese una legge elettorale solida e destinata a durare nel tempo?
Non si tratterebbe di ricominciare da zero. La base proporzionale sembra essere sostanzialmente condivisa. Una testa, un voto, e una rappresentanza che ne consegua. È un sistema ragionevole, ma di per sé insufficiente. Non mette al riparo dai rischi un pareggio sostanziale, o di una vittoria di misura, che esporrebbe il governo ai ricatti di manipoli corsari, o addirittura agli umori di un singolo deputato e senatore. È già successo.
E allora sì, un premio di maggioranza serve. Quello immaginato finora, con 70 deputati e 35 senatori in più a chi vince, anche solo per un pugno di voti, appare troppo ampio. Ma ridurlo ad un numero accettabile, che tuteli la governabilità e fughi ogni timore di spoil system sulle istituzioni di garanzia, è più che possibile. Per legittimare completamente il premio, sarebbe utile il ballottaggio. Ma contro questo sistema di voto a due turni c’è una contrarietà storica del centrodestra e, se si vuole fare un accordo, va rispettata. Anche se i precedenti non dicono che l’attuale maggioranza ne sarebbe sfavorita, anzi, potrebbe recuperare probabilmente una buona fetta dei voti in libera uscita verso il generalissimo. È vero anche, però, con la tendenza ad un astensionismo crescente, che si rischierebbe di lasciare l’ultima parola a un numero ulteriormente ridotto di elettori.
Uno dei problemi principali è come consentire ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti. L’idea di listoni bloccati, scelti dalle segreterie dei partiti, sinceramente risulta sgradevole dal punto di vista democratico. Una strada prospettata è quella di tornare alle preferenze. È un percorso però dove manca l’accordo, soprattutto all’interno della maggioranza. È un sistema ambivalente. Da una parte l’elettore va al seggio e scrive sulla scheda il nome di chi vuole eleggere, niente di più lineare e pulito. Dall’altra è evidente il vantaggio per quei candidati che possono spendere molto, e che quindi possono riempiere i muri, le piazze, le tv, le radio e i social con le loro idee e i loro faccioni. I cacicchi, i capibastone e i signori delle tessere sono nati così. Ma è inaccettabile anche un Parlamento di nominati, immiserito nel suo ruolo. Sarebbe insensato pensare a un ritorno ad un numero importante ma ragionevole di collegi uninominali? La scelta libera dei cittadini sarebbe garantita. E ne gioverebbe anche la crescita della qualità del personale politico. Se vuoi conquistare il collegio devi schierare il più bravo o la più brava che hai. Resta il problema della parità dei sessi nel confronto elettorale.
Poi c’è il macigno dell’indicazione del premier. Il centrodestra sostiene che chi si oppone vuole che i cittadini votino al buio, senza poter scegliere chi vogliono a Palazzo Chigi. Il centrosinistra accusa la maggioranza di voler cambiare la Costituzione con una legge ordinaria, indebolendo il capo dello Stato. Oggettivamente, che chi va ai seggi possa sapere chi vuole come premier una coalizione non sembra uno scandalo. Ma sarebbe così assurdo se gli schieramenti si limitassero a indicare sulla scheda il leader della loro squadra? Senza dubbio, dopo lo scrutinio, il presidente della Repubblica farebbe la sua nomina rispettando in pieno lo spirito e la lettera della Costituzione.
Va da sé che in queste righe non ci sia alcuna volontà di intromissione nelle scelte che giustamente spettano al Parlamento, i percorsi possono essere i più diversi. La domanda che resta è se sia possibile fare una legge elettorale condivisa, e non l’ennesima norma destinata ad essere cestinata quando cambia il vento. Il problema più ostico è che per riuscirci servirebbe una legittimazione reciproca. La capacità di dire, finalmente, che chiunque democraticamente prevalga, non ci sarà Annibale alle porte. Un piccolo enorme passo, mai completamente compiuto in ottanta anni di vita repubblicana.
12 luglio 2026
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