I calcoli sbagliati di Trump
Si teme che sentendo odore di sconfitta il Presidente tenti di abbattere le barriere rimaste a protezione della democrazia Usa
I calcoli sbagliati di Trump
Massimo Gaggi | 11 luglio 2026Si teme che sentendo odore di sconfitta il Presidente tenti di abbattere le barriere rimaste a protezione della democrazia Usa
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Dai dazi alla guerra in Iran, non si contano le mosse azzardate di Donald Trump che si sono rivelate calcoli sbagliati, errori disastrosi costati cari a tutti noi, oltre che agli americani e al partito del presidente. Alcuni hanno fatto meno danni del previsto: i dazi hanno pesato sui prezzi, ma non hanno incendiato, come temuto, l’inflazione e, pur rallentando i commerci, non li hanno strangolati. Effetti della condotta ondivaga di un leader che ha minacciato fuoco e fiamme, salvo, poi, imporre balzelli più contenuti. Quando non se li è addirittura rimangiati, come dopo la dura risposta cinese.
Il campionario degli impegni caduti nel vuoto (la fine del conflitto in Ucraina il giorno stesso del suo ingresso alla Casa Bianca) o delle affermazioni abnormi («ho posto fine a otto guerre») è vasto, ma il suo rumore di fondo rischia di lasciare in ombra altre sue mosse potenzialmente disastrose per l’America e anche per il suo partito.
Oggi Trump si bea dello sconcerto che crea tra gli alleati europei umiliandoli, trattando con più rispetto e simpatia Putin e Xi Jinping, dando un’interpretazione a dir poco capricciosa degli impegni Usa nella Nato, minacciando di prendersi la Groenlandia.
Una demolizione sistematica del sistema di alleanze che proprio gli Stati Uniti hanno costruito all’indomani della Seconda guerra mondiale, destinato a indebolire molto l’America. Così come potrebbe costare molto cara ai repubblicani e al loro leader l’enorme arricchimento che lui e la sua famiglia hanno ottenuto, da quando sono entrati alla Casa Bianca, sfruttando i poteri della presidenza: anche per questo il suo partito teme guai alle elezioni di novembre, davanti a un elettorato che si impoverisce per l’impatto negativo sull’economia delle scelte di Trump, mentre lui guadagna miliardi. E i democratici si preparano, in caso di riconquista del Congresso, a trasformare la Camera in una sorta di tribunale che emetterà mandati di comparizione per familiari e alleati di Trump, visto che lui è intoccabile grazie all’immunità totale garantitagli dalla Corte Suprema.
Le sue debolezze, dall’incapacità di capire le dinamiche dei rapporti internazionali al disinteresse per la complessità (non legge mai un documento e chi gli riferisce a voce deve fare i conti, oltre che con la sua allergia alle notizie negative, con tempi di concentrazione molto limitati) hanno origini ormai molto indagate: un approccio al potere basato tutto sui rapporti di forza che nasce dalla sua pretesa di applicare alla politica una concezione delle transazioni commerciali comunque estrema, da lui maturata nella sua carriera imprenditoriale. È la logica degli affari a somma zero: per vincere, per portare a casa un risultato positivo, la controparte deve necessariamente perdere. Una logica che deve essergli sembrata esportabile, visto che era riuscito a popolarizzarla, a farla diventare apprezzato spettacolo, negli anni della sua trasmissione televisiva, The Apprentice.
Ma questa logica l’aveva seguita anche nel suo primo mandato, fino al 2020. Perché in quegli anni le conseguenze non erano state così gravi? A parte le diverse circostanze storiche (allora la Russia, «digerita» la Crimea, si era fermata mentre in Medio Oriente le tensioni sembravano gestibili), tornando alla Casa Bianca Trump, convinto di avere poteri senza limiti e il consenso dell’America «che conta», ha trasformato quelli che vedeva come suoi punti di forza in fattori che l’hanno reso vulnerabile: la capacità di imporre anche tesi inverosimili, facilmente confutabili alla verifica dei fatti e l’eliminazione di ogni possibile fonte di dissenso circondandosi solo di yes men, collocati in tutte le posizioni di potere.
Prima ancora dell’attacco all’Iran la sua presidenza era in crisi per il caso Epstein e per i prezzi elevati che hanno eroso il reddito reale di gran parte dell’America, suoi elettori compresi. Crisi che potevano essere contenute: una macchia la sua stretta amicizia col pedofilo morto suicida, ma Trump aveva rotto con lui vent’anni fa e non ci sono prove di suoi rapporti con minorenni, mentre l’inflazione è salita di poco rispetto agli anni precedenti. Invece è stato proprio lui a farle esplodere con le sue promesse avventate, fatte nella convinzione che tutto gli fosse permesso: affermare e poi negare l’evidenza. Per molto tempo ha funzionato, ma ora non può più «scendere in strada, sparare a qualcuno e non perdere nemmeno un voto» come sosteneva (purtroppo a ragione) un tempo: i suoi elettori impoveriti che nel primo mandato si sono accontentati di avere in lui un leader sensibile alla loro causa, stavolta si sono infuriati quando la promessa di «un’età dell’oro dopo la fallimentare economia di Biden» si è rivelata un miraggio, mentre tanti, nel giro di Trump, hanno accumulato enormi ricchezze.
Quanto a Epstein, il suo ordine di archiviare tutto ha fatto infuriare soprattutto i Maga più estremi ai quali aveva promesso strabilianti rivelazioni su presunte perversioni dei democratici e di molti leader mondiali. Ora, privo degli anticorpi di consiglieri saggi disposti a rischiare le sue ire per correggerlo, non riesce a uscire dalla trappola di Hormuz nella quale si è infilato decapitando il vertice religioso dell’Iran senza rendersi conto che in tal modo avrebbe dato spazio all’ala più violenta ed estremista, quella dei pasdaran, come ha notato sul Corriere il ministro Crosetto.
Il rischio è che, sentendo odore di sconfitta, il presidente tenti di abbattere le barriere rimaste a protezione della democrazia americana: l’azzeramento della commissione bipartisan di garanzia delle regole elettorali e la sostituzione degli avvocati personali di Trump — fedelissimi ma evidentemente non abbastanza spregiudicati — con un team di legali-kamikaze pronti a fare causa anche a un ministero della Giustizia da lui già «militarizzato», in modo da avere cause civili nelle quali controlla accusa e difesa, fanno sorgere nuovi timori.
11 luglio 2026
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