Samira Mosca, l'artista e le sue vulnerabilità: «Con la ceramica mostro le ferite dell’anima»​​
Corriere della Sera - Cultura

Samira Mosca, l'artista e le sue vulnerabilità: «Con la ceramica mostro le ferite dell’anima»​​

Sabato 11 luglio 2026
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La curatrice bolzanina ha vinto il Premio Piero Siena: espone al Centro Trevi fino al 5 agosto, una riflessione sulla percezione di sé e la società

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Samira Mosca, l'artista e le sue vulnerabilità: «Con la ceramica mostro le ferite dell’anima»​​

di Silvia M. C. Senette

La curatrice bolzanina ha vinto il Premio Piero Siena: espone al Centro Trevi fino al 5 agosto, una riflessione sulla percezione di sé e la società

Il vuoto ha un peso specifico imponente: basta osservare le tensioni invisibili di un corpo che danza o la proiezione distorta che la mente genera quando si ammala di anoressia. Samira Mosca, artista e curatrice bolzanina classe ‘95, trasforma la salute mentale e la vulnerabilità in sculture di ceramica, performance e fotografie capaci di eliminare ogni retorica per farsi pura empatia. Una ricerca rigorosa che ha appena conquistato la giuria della terza edizione del Premio Piero Siena spalancandole le porte della collezione permanente di Museion. Al Centro Trevi fino al 5 agosto, la mostra curata da Federica Lamedica espone i suoi lavori accanto a quelli di Stefano Bernardi e all’omaggio a Rina Riva.

Samira Mosca, che effetto fa a trent’anni vedere la propria urgenza intima entrare in un museo?
«È una gioia immensa: l’intento dei miei progetti è portare alla luce ciò che normalmente non viene visto e con Museion c’è un legame profondo. Ci collaboro spesso come fotografa, conosco l’ambiente e mi sembra quasi di entrare in una casa di famiglia. Che l’opera “Interspace 3” rimanga lì per il futuro è un’opportunità preziosa per stimolare una riflessione collettiva su come la percezione di noi stessi e delle nostre “prime case”, cioè i nostri corpi, cambi in relazione alla società».

Nei capitoli di «Interspace» dà forma plastica ai vuoti fisici e mentali. Come si converte un disagio in materia?
«Mente e corpo si influenzano continuamente, ma in ambito sanitario vengono ancora tenuti separati. Il progetto è nato nel 2017 in Lituania catturando gli “inter-spazi” immobili della danza classica; poi l’indagine si è allargata alla psicosomatica e all’anoressia. La ceramica evidenzia certi meccanismi, rende fisici e visibili agli altri quei pensieri che altrimenti rimarrebbero chiusi dentro la testa a fare male».

L’arte può avere una funzione terapeutica rispetto all iper-esposizione dei corpi sui social?
«Non pretendo che l’arte sia una terapia, ma la risignificazione esiste. Per me è stato fondamentale, in una fase acuta di disturbo alimentare, sentire quelle sculture sul mio corpo, vederle addosso. Il vischio, che uso, è un parassita che si nutre dell’albero ma vive in simbiosi con esso: è l’immagine di un’alleanza tra fragilità. Molte persone che hanno visto l’opera si sono sentite coinvolte per via dei cambiamenti subiti dal proprio corpo a causa dell’età, di una gravidanza o di una mastectomia. Portare fuori queste sensazioni aiuta a riconoscersi e a farsi aiutare».

C’è un legame di causa-effetto tra la sofferenza e il suo essere artista?
«Le due cose sono connesse: l’arte nasce da una spinta necessaria. Palesare certe dinamiche con la scultura o la performance permette di raggiungere livelli sensoriali ed emotivi che le parole non riescono a toccare».

Al Trevi espone anche due inediti.
«“Feeding the Interspace” è una performance documentata dagli scatti di Valentina Cavion ed Elisa Cappellari in cui le ceramiche sono modellate sul corpo: indago l’ambiguità dell’imboccare, gesto sospeso tra cura amorevole e imposizione di potere e controllo. “Acqua Santiera” è invece una scultura a forma di orinatoio abbinata a una fotografia: lo stigma dei fluidi corporei riflette sulle regole e sulle costrizioni sistematiche che la cultura occidentale e cristiana impone sul corpo femminile».

Accanto alla scultura c’è la fotografia: «omer(o)» è dedicato alla demenza senile di suo nonno Remo.
«Quel lavoro, nato durante l’accademia alla Laba di Brescia, è stato una svolta. Ho capito che la fotocamera non è un’arma imparziale, ma uno strumento di relazione. Parlare della demenza in famiglia era un tabù; fotografarla ci ha permesso di elaborare la malattia insieme e mi ha regalato una memoria diversa di lui, costruita attraverso un progetto condiviso».

Lei è anche curatrice visiva. Questa doppia identità è un dialogo armonioso o un conflitto?
«Entrambe le cose. Essere artista mi aiuta a capire i bisogni degli emergenti e a creare una rete di scambio attivo che a Bolzano è sempre mancata. A volte conciliare i tempi è difficile e i conflitti di interesse vanno monitorati, ma per ora è tutto in equilibrio».

Cosa sognava di diventare da bambina?
«Ho avuto varie fasi: parrucchiera, veterinaria, stilista. Poi è arrivata la passione per la fotografia ma non mi sono mai considerata del tutto un’artista. Il Premio Piero Siena mi ha dato una grandissima carica. Ora sto sviluppando nuove idee, tra cui un progetto fotografico legato all’Islanda e al tema del lutto ecologico».

11 luglio 2026 ( modifica il 11 luglio 2026 | 18:30)

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