Goffredo Fofi, oltre l'intellettuale. Storia di un'amicizia e di quello che resta
Corriere della Sera - Cultura

Goffredo Fofi, oltre l'intellettuale. Storia di un'amicizia e di quello che resta

Sabato 11 luglio 2026
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A un anno dalla scomparsa del critico, il ricordo di uno scrittore, dalla prima conoscenza fino agli ultimi incontri

È morto Peppino di Capri, aveva 86 anni

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Goffredo Fofi, oltre l'intellettuale. Storia di un'amicizia e di quello che resta

di Alessio Forgione

A un anno dalla scomparsa del critico, il ricordo di uno scrittore, dalla prima conoscenza fino agli ultimi incontri

Alessio Forgione con Goffredo Fofi (foto di Francesco Paolo Busco)

L’ultima volta che ho visto Goffredo è successo a casa sua, a Roma. L’abbraccio: «Goff, come stai?». «Invecchio ma il mondo invecchia molto più velocemente di me». Racconta ch’è «fiacco, molto fiacco» perché il giorno prima ha partecipato ad una fiera di libri. Ne spostiamo a decine dalla tavola e mangiamo patate in umido e mozzarella. Mi parla de Gli asini, di come vanno, e racconta che forse vuole aprire una scuola per ventenni, forse vuole fare pure i Quaderni verdi. Poi lo dice con leggerezza, come tra le tante cose: «Posso prestarti dei soldi?». Non è la prima volta che Goffredo si propone di prestarmi dei soldi e quindi ho già avuto modo di pensare e ripensare a questa cosa e la considero bella, un gesto di profondo rispetto e dignità. Dico che non serve e lui mi racconta che avrà «più soldi» perché Feltrinelli ripubblicherà tre forse quattro libri. «E ne sei felice?». «Ma sì». Siede in poltrona, beve il caffè ed io rimango sulla sedia. Ragioniamo sulla fine del mondo e del tempo. «Vado a riposare, tu fa’ quello che vuoi». Io lavo i piatti e fumo fuori al balcone perché so già che il riposo di Goffredo consiste in venti venticinque minuti. Infatti torna e vuole lavorare subito.  Usciamo e l’abbraccio fino a che l’ascensore non tocca terra e poi l’abbraccio di nuovo arrivati davanti ad un bar all’angolo di piazza Vittorio. 
La prima volta che ho pranzato da solo con Goffredo invece è successo a Napoli. Mi sveglia con una telefonata, vado in stazione e poi camminiamo fino a via Foria. Parliamo di Kleist, siamo all’altezza del Museo, e mi colpisce con una bastonata sulla spalla, vicino al collo. Adesso è visibilmente arrabbiato e dice: «Invece di scrivere libretti va’ a mettere le bombe». Torniamo indietro, ci sediamo da Lombardi e Goffredo diventa una persona dolce ma solo in presenza di chi lavora lì. Nel frattempo a me ripete più volte il concetto che avendo fatto l’università ora sono un coglione e devo imparare tutto daccapo. Dice qualcosa come «nel tuo caso è meglio non leggere più». In quel momento è una persona che cerca di offendere il suo interlocutore al massimo grado e non so le parole esatte e cosa ci diciamo. Ero convinto di non rivederlo né parlargli e invece un paio di mattine dopo mi telefona. Dieci secondi, stai bene, come va, bene, ciao. 
La prima volta in assoluto che ho visto Goffredo invece è stato su di un treno diretto a Lecce, lui seduto di fronte, di fianco aveva Roberta Carlotto e di fianco a me sedeva Livia Apa. Gli chiedo se ha letto «Scende giù per Toledo» e mi risponde di sì, che all’epoca gliel’ha consigliato Elsa, Elsa Morante. Pranziamo a Cupertino e gli domando da quanto tempo è vegetariano. «Dal ’56» risponde e penso che mio padre è nato nel ’57. Mi racconta ch’è vegetariano perché non accetta che qualcuno non possa permettersi la carne, che quando aveva vent’anni ha visto dei bambini morire di fame. L’ultima volta che ho visto Goffredo a Napoli invece sediamo al tavolino di un bar a Porta Capuana. Si guarda attorno e dice: «Che disperazione». Rispondo ch’è rimasto questo o i turisti: scegli tu. Gli racconto che la fidanzata mi ha lasciato in modo forte e chiaro. «A quanto pare la rivoluzione non ci sarà» mi risponde. Poi più persone vengono a chiederci l’elemosina e Goffredo ripete: «Che disperazione». Anche io ripeto il concetto ch’è rimasto questo o i turisti. «Sei troppo attento all’immagine» mi risponde. Allora andiamo a via dei Tribunali con la gente che cammina e simultaneamente mangia nel frattempo che aspetta in fila, file lunghissime e folte, più file su file di pizzerie che s’incrociano in una folla che passa di lì, e l’aria che ti entra nei polmoni è il fiato degli altri più la puzza di frittura, è rimanere immobili schiacciati da corpi di estranei senza alcun motivo, cioè nel bel mezzo della tua vita, un minuto almeno per percorrere cinque metri, e il signore al balcone che canta col microfono in mano e la gente di sotto che fa i video, e mentre stiamo imbottigliati Goffredo mi stringe il braccio e dice: «Li vedi questi? Questi desiderano soltanto di morire ma non lo sanno». 
L’ultima volta che ho parlato con Goffredo invece era di domenica, mi riparo all’ombra di un muro e davanti a me, ad una decina di metri, c’è un cinghiale che sta mangiando dei gelsi. Mi dice che sta bene, che sta lavorando a questo e quello, vuole passare del tempo in Calabria e la voce mi sembra chiara, vivace, quando ci vediamo? Spiego che vivrò in cima ad una collina da cui mi sarà molto difficile scendere, che non posso fare altrimenti e quando sarà finita l’estate andrò da lui. Goffredo mi risponde: «Allora facciamo il giro lungo, tutti i paesi, e alla fine ci rivediamo». 
L’11 luglio dell’anno scorso mi sveglio e apro la porta di casa. È tutto o verde o brullo. Alcuni paesi ma lontanissimi, e l’aria è già calda. Sotto la tettoia, sopra il tavolo di plastica su cui lavoro, una biscia gira in tondo, gira e quindi sta disegnando un cerchio nero. Ne avevo viste alcune nei paraggi e dopo non è più successo. E tempo qualche secondo e la biscia m’inquieta, incomincio ad averne paura, ho la sensazione di star assistendo a qualcosa di pericoloso. Sbatto le mani e la biscia scappa via, scompare. Torno in casa e trovo le telefonate di Livia e Mirella, lo capisco così. Non sono andato al funerale soprattutto per paura, perché sarei dovuto partire in quel momento stesso, ma anche oggi ne avrei così come mi fa paura parlare di Goffredo ad alta voce o scriverne. Ammettere che non posso ricevere delle nuove risposte rende le vecchie più nette e concrete, sia da un punto di vista personale che collettivo. Ho conosciuto una persona in cerca di tutto quel che rende possibile pensare con la propria testa, e da molti anni. Una persona esperta e che condivideva con gli altri quanto ha imparato lungo il cammino, e dunque una persona generosa. Nella prefazione di «Cominciò che era finita», Goffredo scrive che forse per capire l’opera di Carmelo Bene, come accade per alcuni filosofi, serve leggerne e comprenderne anche la vita. Per me è lo stesso al riguardo di Goffredo Fofi. “Insegnava” mediante l’uso “dell’esempio”. E le cose che sosteneva Goffredo, per esempio una certa austerità, un certo rigore, la frugalità, non desiderare cose inutili, «inchinarsi, mai», non ammazzare niente e nessuno, in un pianeta o una società come la nostra, ovvero dove le risorse finiscono mentre la popolazione va moltiplicandosi, queste cose comporranno e saranno parte della sola “ideologia” del futuro, necessariamente. Quindi nel futuro, se supereremo questi decenni di stupidità, il pensiero di Goffredo coinciderà molto di più con le nostre vite. Quando parlavamo di queste cose finiva anche per parlare di Corpo celeste e Le piccole persone di Anna Maria Ortese. Era molto refrattario a cerimonie e complimenti vari e credo avrebbe detestato quanto ho scritto. Mi dispiace soprattutto di non saper raccontare i momenti belli, le risate, le pizze, quanto era una bella e buona compagnia e sapeva rendere felici gli altri. Però «mai dimenticare che siamo qui per la giustizia e non per l’armonia». 

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11 luglio 2026 ( modifica il 11 luglio 2026 | 09:33)

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