Lontano dai salotti il Campo largo si perde
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Lontano dai salotti il Campo largo si perde
di Enzo d'ErricoCaro d’Errico,
a quanto pare il futuro del «campo largo» parte da Napoli. Partenza un po’ accidentata, o comunque contestata, protagonisti un po’ incerti e scenari all’orizzonte poco chiari. È solo una sensazione? Non so, dico che ci vuole ben altro per convincere un elettorato che tentenna o diserta le urne. Dall’altra parte c’è Meloni che potrebbe anche dare spazio, nel suo campo, a Vannacci. Ma lei ricorda quando Napoli era una città che davvero aveva in sé i semi più promettenti della politica e della sinistra?
Mario Esposito
Caro signor Esposito,
itempi cui accenna nella parte finale della sua lettera non torneranno più. Ed è inutile crogiolarsi nella nostalgia. Come ripete spesso Francesco Barbagallo, un grande storico che mi fa dono della sua amicizia, possiamo dirci felici di aver vissuto un’epoca - quella del secondo dopoguerra - densa di passioni civili e culturali irrimediabilmente tramontate. Inoltre abbiamo abitato per decenni un’Europa senza guerre e basterebbe questo a sancire il privilegio della nostra generazione. Tuttavia abbiamo il dovere di lanciare lo sguardo oltre l’orizzonte per scorgere quali rotte sceglierà il futuro. E, purtroppo, ciò che abbiamo davanti agli occhi non autorizza molte speranze. L’ennesima conferma è giunta da piazza del Gesù, dove il cosiddetto «campo largo» ha celebrato l’avvio della sua iniziativa politica. Per ovvie ragioni di spazio devo condensare gli elementi che, a mio avviso, rendono tuttora fragile questo schieramento. Il primo, il più banale, riguarda l’organizzazione dell’evento: possibile che nessuno abbia previsto le contestazioni? Possibile che nessuno si sia curato di allertare la questura e di trattare preventivamente con i dirigenti dell’ordine pubblico un sistema che impedisse ai manifestanti d’insediarsi sotto il palco? Lo so, potrà sembrarle roba di poco conto, invece io temo che sia il sintomo di una scarsa autorevolezza politica, se non addirittura di un’imperdonabile superficialità. Il secondo indizio attiene alla struttura della coalizione: sembra quasi che la presenza di una forza capace di coagulare il sentire moderato con un riformismo radicale sia qualcosa di accessorio e non rivesta quel carattere di necessità che invece, alla luce della storia italiana, dovrebbe avere. La sinistra vuole vincere le elezioni o trasformarle in una competizione personale tra Schlein e Conte? Allo stato dei fatti mi pare più fondata la seconda ipotesi. Tralascio, infine, l’evanescenza di un programma comune, di un’idea guida che non sia esclusivamente quella di mandare a casa Meloni, le sostanziali differenze sui temi del riarmo e della politica estera. Voglio soltanto aggiungere che è facile fare politica nei salotti, dove tutti annuiscono e sono (più o meno) d’accordo con te. Molto più difficile è affrontare le piazze, perché lì scorre la vita. Che non è certo un fiume tranquillo ma un mare impetuoso e ricco d’insidie.
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