Due horror che dicono chi siamo
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Due horror che dicono chi siamo

di Diego De Silva

Nell’attesa che l’Odissea di Christopher Nolan e Spider-Man/ Brand New Day irrompano nelle sale, ci sono due film indipendenti che da tempo sbancano i botteghini mondiali, facendo rosicare Hollywood: Backrooms e Obsession, firmati da due giovani youtubers americani, Kane Parsons (21 anni) e Curry Barker (26), che continuano a scalare i box office nonostante i bassi budget con cui sono stati realizzati (10 milioni di dollari per Backrooms, appena 750.000 per Obsession, a fronte di un incasso attuale di 350 milioni di dollari per il primo e oltre 400 milioni per il secondo). Passano mediaticamente per degli horror (e in parte lo sono), ma sono soprattutto due thriller psicologici che mettono in scena l’inconscio (che di per sé non sarebbe una novità, se non contassero su una potenza estetica che viene dritta da internet, e che dimostra quanto la rete sia sottovalutata nella sua capacità di produrre idee e linguaggi, dunque di aprire nuovi mercati).
Backrooms (Retrobottega) mostra una realtà parallela costituita da un labirinto di stanze vuote (tranne alcuni oggetti singoli o ammucchiati come installazioni d’arte contemporanea) in cui si può accedere dalla dimensione materiale (esattamente quello che facciamo navigando in rete), che nella struttura narrativa del film può leggersi come un’esplorazione dell’inconscio e delle paure che lo abitano.

Nessuna stanza ha finestre: il cielo è escluso, l’aperto non esiste, dominano il giallo e la luce artificiale. La trama del film, l’attesa fisiologica di venire a capo della storia contano poco, anzi è proprio nell’inseguire un filo che spieghi almeno in parte il mistero che lo anima che il film perde qualcosa; ma l’ambiente emotivo che crea, il conflitto fra l’incomprensibilità dell’inconscio e la psicanalisi che cerca di razionalizzarlo sono così suggestivi da bastare all’opera.
Obsession (stesso titolo del capolavoro di Luchino Visconti che segnò la nascita del Neorealismo) racconta la trasformazione dell’amore di una giovane coppia in un rapporto morboso che degenera nell’incubo. Anche qui, la nascita del legame ha una scaturigine surreale e favolistica che poco conta, perché quel che il film spiattella allo spettatore è una pornografia della dipendenza affettiva, della paura dell’abbandono, del senso di colpa, della galera di una relazione tossica (lo stesso tema rappresentato in versione trash da Temptation Island).
Sia Parsons che Barker possono contare su un vasto pubblico di giovani che si riconoscono in un’estetica e un’iconografia generazionale figlia della rete e dei videogiochi, ed è significativo che anche in Italia non solo la programmazione di entrambi i film continui da settimane, ma registri una presenza considerevole di ragazzi.
Ma cosa spinge un pubblico così vasto e così insolito sul piano dei grandi numeri se non un bisogno di trovarsi davanti alle proprie paure, riconoscerle; cos’altro attirerebbe milioni di spettatori che di solito non praticano le sale se non il bisogno di dare un’ambientazione, una scenografia alla no-comfort zone che hanno dentro, quell’inconscio di cui sappiamo così poco e vorremmo masochisticamente attraversare, anche se è claustrofobico e fatto di stanze senza aperture, o ha le sembianze di una ragazza sensuale che ci carcera l’esistenza e ci condurrà alla disgrazia? Il successo di questo giovane cinema che con poche risorse ma notevole capacità di lettura del presente sta battendo l’industria tradizionale sembra spiegarsi nel masochismo psicologico di una società che, come in una terapia d’urto, cerca di alleviare i suoi traumi andandogli addosso, per guardarli in faccia.
A sabato prossimo.

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