Così si ribella il Mediterraneo
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Così si ribella il Mediterraneo

Venerdì 10 luglio 2026
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Emergenza climatica: il nostro mare amplifica i segnali; il Nobel Parisi spiega che se la temperatura sale di un grado in Italia ne sentiamo due

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Così si ribella il Mediterraneo

Gabriella Greison | 10 luglio 2026

Emergenza climatica: il nostro mare amplifica i segnali; il Nobel Parisi spiega che se la temperatura sale di un grado in Italia ne sentiamo due

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Le ondate di calore non arrivano più da sole. Si chiamano a vicenda. E, a differenza di certi treni, arrivano sempre in orario. Questa che stiamo vivendo è già la terza grande ondata di calore che investe l’Europa nel giro di appena tre mesi. Nel frattempo, il servizio europeo Copernicus ha certificato che l’Europa occidentale ha appena registrato il giugno più caldo dall’inizio delle osservazioni, mentre il Mediterraneo continua a presentare temperature superficiali eccezionalmente elevate, in molte aree di diversi gradi superiori alla norma.

Potrebbero sembrare tre notizie diverse. In realtà sono la stessa notizia osservata da tre punti di vista. Ed è qui che il clima smette di essere meteorologia e diventa fisica. Siamo abituati a cercare una causa per ogni fenomeno. Fa caldo perché c’è l’anticiclone. Il mare è caldo perché ci sono tante giornate di sole. La siccità dipende dalla mancanza di pioggia. Nei sistemi complessi questo modo di ragionare non basta più. Un sistema complesso non è un insieme di pezzi. È un insieme di legami. E quando cambia un legame, cambiano anche tutti gli altri. Ogni effetto diventa una nuova causa. È la differenza tra una fila di tessere del domino e una ragnatela. Nel domino sai già quale sarà la tessera successiva. In una ragnatela basta sfiorare un filo perché vibri tutta la struttura.

È dentro questa prospettiva che acquista significato una frase pronunciata dal premio Nobel Giorgio Parisi e ripetuta spesso in questi giorni: «Se la temperatura media globale aumenta di un grado, in Italia ne sentiamo circa due». Non è una battuta. Non è nemmeno una di quelle frasi che si dicono in televisione per fare effetto e poi spariscono insieme alla sigla finale. È la descrizione del comportamento di un sistema complesso. Merita una spiegazione. La Terra non distribuisce il cambiamento in modo uniforme. Alcune regioni lo assorbono. Altre lo attenuano. Altre ancora lo amplificano. Il Mediterraneo appartiene a quest’ultima categoria. Gli scienziati lo definiscono un hotspot climatico: una delle aree del pianeta in cui il riscaldamento procede più rapidamente della media globale. 

La prima ragione riguarda il rapporto tra terra e mare. Le grandi masse oceaniche assorbono enormi quantità di energia e la rilasciano lentamente. Sono il grande volano termico del pianeta. Il Mediterraneo, invece, è un mare relativamente piccolo e quasi chiuso. Si scalda molto più rapidamente degli oceani e restituisce quel calore all’atmosfera. Quel mare sempre più caldo non resta confinato sulle mappe dei climatologi. Entra nelle nostre notti. Quelle in cui apri tutte le finestre sperando che entri un filo d’aria e invece entra proprio il Mediterraneo. L’aria si raffredda meno. E la successiva ondata di calore trova già il terreno preparato.

Poi entra in gioco un secondo meccanismo. Quando il terreno è ricco d’acqua, parte dell’energia del Sole viene utilizzata per far evaporare l’umidità del suolo. Quando invece il terreno è secco, quell’energia cambia destinazione. Non evapora più acqua. Scalda l’aria. Così il caldo produce siccità. La siccità produce altro caldo. È quello che i fisici chiamano retroazione. Il sistema non si limita a cambiare. Comincia ad alimentare il proprio cambiamento.

Lo stesso accade sulle Alpi. Meno neve significa superfici più scure. Le superfici più scure assorbono più energia. Più energia significa altro riscaldamento. Quando questi meccanismi iniziano a rafforzarsi reciprocamente, la fisica parla di tipping points: soglie oltre le quali il sistema può cambiare comportamento molto più rapidamente di quanto suggerirebbe la variazione iniziale. Non sono interruttori che scattano all’improvviso. Sono equilibri che, lentamente, smettono di essere stabili. Ed è qui che entra in gioco la frase di Parisi. Noi continuiamo a immaginare il cambiamento climatico come una somma. La fisica ci dice che assomiglia molto di più a un’amplificazione. Nei sistemi complessi gli effetti raramente si aggiungono. Si moltiplicano. Per questo quella frase non significa che esista una formula magica secondo cui ogni grado registrato sul pianeta diventa automaticamente due gradi in Italia. Significa qualcosa di molto più interessante. Viviamo in una regione del mondo costruita, per la sua geografia e per il suo equilibrio climatico, per amplificare il segnale.

In questi giorni il presidente del Senato Ignazio La Russa ha detto che, forse, dovremo semplicemente abituarci a vivere come ai Tropici. Può anche strappare un sorriso. Ma sospetto che, quando torna nella sua Sicilia, preferisca ritrovare il Mediterraneo. E anch’io. Non stiamo diventando come i Tropici. Stiamo perdendo il Mediterraneo che conoscevamo. È questo il vero problema. Il Mediterraneo è il sistema climatico che ha reso possibile il cibo che portiamo in tavola, l’acqua che utilizziamo ogni giorno, il paesaggio che consideriamo normale, e perfino quel turismo che ogni estate riempie le nostre spiagge.

Se cambia quel sistema, non cambia soltanto la temperatura. Cambiano le siccità. Cambiano le alluvioni. Cambiano gli incendi. Cambia l’acqua disponibile. Cambiano le condizioni che hanno reso questo territorio quello che è. È questa la caratteristica dei sistemi complessi. Non cambiano dappertutto nello stesso momento. Cambiano dove le relazioni interne rendono possibile l’amplificazione. Il Mediterraneo è uno di quei luoghi.
Per questo il cambiamento climatico non consiste semplicemente in un aumento della temperatura. Consiste nella trasformazione delle relazioni che tengono insieme il sistema Terra. 

La buona notizia è che un sistema complesso non cambia mai in silenzio. Il mare che si scalda, le notti tropicali, le siccità più lunghe, i ghiacciai che arretrano, le piogge estreme: il sistema ci sta parlando. La cattiva notizia è che continuiamo ad ascoltare ogni segnale come se fosse una storia a sé. Un’estate torrida. Un’alluvione. Un incendio. Li archiviamo uno alla volta, invece di capire che stanno raccontando tutti la stessa storia. La fisica ci insegna che nei sistemi complessi il momento migliore per intervenire è quasi sempre prima di avere la certezza assoluta. Dopo non si governa più il cambiamento. Si gestiscono le conseguenze. E sarà il momento in cui tutti diventeranno climatologi.

10 luglio 2026

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