Anatomia di un voto annunciato
Con grande anticipo la campagna elettorale ispira le strategie di maggioranza e opposizione
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Anatomia di un voto annunciato
Angelo Panebianco | 10 luglio 2026Con grande anticipo la campagna elettorale ispira le strategie di maggioranza e opposizione
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Vademecum per la campagna elettorale. Anche se le elezioni politiche si terranno l’anno prossimo la campagna è iniziata da tempo. Le tenzoni elettorali esasperano, e possono talvolta spingere fino al parossismo, certi caratteri della politica che, con maggiore o minore intensità, sono sempre presenti.
Ci sono tre aspetti da considerare. Il primo riguarda la «tirannia del breve termine».
In campagna elettorale conta solo la lotta per accaparrarsi voti. Nella fase iniziale di una legislatura, se si è formato un governo che goda di una solida maggioranza, esso può arrischiarsi ad allungare lo sguardo al di là del qui e ora. Ma quando la legislatura è nella sua fase finale e si avvicina la campagna elettorale, il medio-termine non ha più alcun valore. Né per il governo né per l’opposizione. I commentatori politici, come gli economisti, possono mettere il dito sulle conseguenze di medio termine di questa o quella scelta del governo o dei suoi oppositori, ma i politici fanno un diverso mestiere e, in campagna elettorale, sono interessati ad altro. Quelli di loro che hanno fatto studi classici forse, leggendo noi commentatori nel bel mezzo di uno scontro elettorale, pensano alla commedia satirica Le Nuvole di Aristofane, al modo, negativo e caricaturale, con cui il commediografo ateniese descrive la figura di Socrate.
Per chi è impegnato in campagna elettorale conta solo l’ora presente, quella che decide della vittoria o della sconfitta (dei singoli candidati come dei partiti). Forse, se vincerà le elezioni, Meloni tornerà ad avere una posizione più coerente in tema di riarmo (dell’Itali e dell’Europa), ma in campagna elettorale non se lo può permettere. Analogamente, come colse per primo il più lucido degli anti-meloniani, Matteo Renzi, pompare Vannacci serve alla sinistra (può determinare la sconfitta di Meloni). Ovviamente, se cresce l’estremismo a destra ciò implica, per contraccolpo, la crescita dell’estremismo a sinistra. Il che, in caso di vittoria, potrebbe comportare, per la sinistra, l’impossibilità di governare. Ma in campagna elettorale queste sono considerazioni irrilevanti. Contano solo l’oggi e i vantaggi che si possono conseguire qui e ora. Non c’è da fare del moralismo. Così funziona la democrazia. Con tutti i suoi difetti, è comunque migliore di altri regimi politici.
La seconda caratteristica è sempre stata presente nella comunicazione politica, ma si esaspera nei contesti ad elevata polarizzazione. Salvo qualche politico che mantiene una certa sobrietà (e rispetto per se stesso) sono davvero in tanti quelli che si sentono obbligati a vendere agli elettori certezze, «verità» che non possiedono affatto. In politica (come, più in generale, nella vita) si procede per lo più a tentoni, per tentativi e errori. Con alcune vaghe idee sulla direzione di marcia. Ma i sobri (che pure ci sono), quelli che cercano di spiegare agli elettori quanto complessi siano i problemi e le situazioni hanno meno successo dei terribili semplificatori, dei possessori della verità.
Va anche aggiunto che in questo gioco comunicativo, in questa nobile gara a chi esibisce le certezze migliori, ovvero le più elettoralmente efficaci, i più avvantaggiati sono sempre gli estremisti. Gli altri (o quanto meno i più intelligenti fra loro) sono consapevoli di avere un elettorato composito e quindi sono costretti, fra un’esibizione di certezza e l’altra, a introdurre qualche nota di cautela. Il che può annacquare la comunicazione, renderla meno efficace di quella degli estremisti i quali non devono annacquare mai nulla. Anzi, più le sparano grosse e meglio è per loro.
Questa esigenza di vendere certezze che non si hanno è collegata all’ultima caratteristica qui considerata delle campagne elettorali. Riguarda l’elettorato e le sue divisioni. Un modo possibile per considerare gli elettori è suddividerli in quattro categorie: i partigiani, i fluttuanti, gli indifferenti, gli ostili per principio alla politica.
I partigiani condividono una caratteristica. Votano per ribadire, di fronte a se stessi e agli altri, quale sia la propria identità politica. Sono loro, soprattutto, a chiedere alla politica di produrre e distribuire pseudo-certezze. Per i partigiani la veridicità o la falsità degli argomenti sollevati in compagna elettorale dalla propria parte non hanno importanza, non si preoccupano di quanto siano plausibili. I suddetti argomenti (mezze verità mescolate, per lo più, a invenzioni), agli occhi del partigiano, devono solo servire per prevalere sulla parte avversa. È tipico del partigiano approvare, qualunque cosa faccia, l’operato del governo se a governare è la sua parte politica e a disapprovare, qualunque cosa faccia, il governo della parte avversa. Anche se esiste, è tuttavia molto raro il partigiano che si sforzi, almeno in alcune occasioni, di essere obiettivo e sia capace di un minimo di generosità verso gli avversari.
I fluttuanti sono gli indecisi rilevati dai sondaggi. In genere, decidono solo all’ultimo momento per chi voteranno. Se voteranno. I politici vendono al pubblico certezze per rassicurare i (propri) partigiani e nella speranza di convincere più fluttuanti di quelli che convincerà la parte avversa. Gli indifferenti e gli ostili per principio sono quelli che ingrossano le file degli astensionisti. Anche se non è escluso che qualche indifferente voti comunque se, ad esempio, i suoi amici votano e lui non vuole sfigurare. Persino qualche ostile per principio, dopo avere a lungo tentennato, potrebbe votare sia pure turandosi il naso. C’è un rapporto fra i partigiani e gli ostili per principio. Più i politici esibiscono certezze per far piacere ai primi, più cresce l’area dei secondi, quelli che pensano che li si stia prendendo in giro.
Non sempre certi aspetti un po’ grotteschi qui evocati sono così visibili, così preminenti. Persino nelle campagne elettorali. Ma in questa fase storica sì. Forse ciò contribuisce a spiegare perché un’espressione tanto ripetuta in Europa sia «crisi della democrazia».
10 luglio 2026
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