Antonio Martiniello, l'architetto-narratore della super guida per l’America’s Cup
Corriere della Sera - Cultura

Antonio Martiniello, l'architetto-narratore della super guida per l’America’s Cup

Venerdì 10 luglio 2026
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Intervista al fresco vincitore del premio per la sostenibilità al Maggio dell'Architettura. Una casa come set («Geolier è davvero garbato, ad agosto ospito La Niña per il nuovo video») e i progetti per il sociale

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Antonio Martiniello, l'architetto-narratore della super guida per l’America’s Cup

di Mirella Armiero

Intervista al fresco vincitore del premio per la sostenibilità al Maggio dell'Architettura. Una casa come set («Geolier è davvero garbato, ad agosto ospito La Niña per il nuovo video») e i progetti per il sociale

«Di Napoli dico che è un luogo dove creatività e innovazione nascono da un bisogno vero e non dal business, come accade a Milano o Londra. Qui quasi non c’è business, ma proprio per questo la creatività rispecchia un livello culturale più elevato». 
Antonio Martiniello è l’architetto di molte belle case napoletane ed è un professionista che non ama il clamore. Nonostante le numerose copertine conquistate da vent’anni a questa parte, prosegue senza enfasi nei suoi progetti declinati sul sociale, a partire dall’Officina Keller a Porta Capuana, nata per la rigenerazione del territorio. Infine, è fresco di premio per la sostenibilità al Maggio dell’Architettura per CasaA20 di Ostuni.
Ora però sotto i riflettori ci finirà senz’altro, perché è stato scelto come narratore della città in una guida d’eccezione che sarà pubblicata nella prossima primavera da un marchio del lusso globale, in occasione dell’America’s Cup. Per ora il progetto è top secret, ma possiamo farci anticipare qualcuna delle scelte di Martiniello. 
«Segnalerò quello che ritengo più interessante, da uno spazio nuovo come quello della Santissima fino alle librerie o alla straordinaria rassegna Wunderkammer di Diego Nuzzo, che porta il teatro in luoghi incredibili».

Iniziamo dal principio: lei rappresenta Napoli ma è nolano come il sindaco, lo conosce bene?
«Sì, sono nato a Cimitile e conosco Gaetano e sua moglie fin da giovani. Loro sono un po’ più grandi di me ma ci siamo ritrovati in diverse occasioni di viaggio insieme. Sono stato anche il suo architetto». 

E che gusti ha?
«Molto classici. Ho curato anni fa la facciata di un palazzo dove abitava. Ma da allora ci siamo visti molto poco». 

Università a Napoli?
«Sì, mi sono laureato con Antonio Rossetti. Già da allora ho capito che l’architettura è tutto quello che sta intorno a te. E ho sentito l’esigenza di allargare lo sguardo, sono andato a studiare in Austria, a Graz, e poi in Israele. Ho fatto esperienza di uno studio meno accademico di quello italiano, ma basato sulla funzionalità. E il mio lavoro ha preso forma sulle due direttive di luce e spazio, elementi che non vedi ma che hanno bisogno di una accurata progettazione». 

Poi è tornato a Napoli?
«Volevo tornare qui fin dall’inizio. L’idea era acquisire competenze diverse da quelle dei miei colleghi e poi tornare in città a offrirle. E così è stato. Anche se in città resto sempre un po’ isolato, un po’ “strano”». 

In che senso? Come l’ha accolta Napoli?
«In realtà rovescerei la domanda: come io ho accolto Napoli? Scherzi a parte, mi sono innamorato della casa dove vivo tuttora, a Palazzo Ruffo di Castelcicala di via Foria. Negli anni l’edificio è diventato una sorta di enclave di amici, da Nino Longobardi a Rosy Rox e Luciano Fontana. Sopra di me abitava Roberto De Simone». 

Una casa che è anche un set cinematografico...
«Effettivamente viene scelta spesso per film o serie». 

Ci faccia qualche esempio...
«I Bastardi di Pizzofalcone , M con Luca Marinelli, il video di Mahmood e quello di Geolier». 

Con Geolier siete diventati amici?
«Emanuele è davvero garbato e simpatico, si è prestato a ogni richiesta dei fotografi». 

E il servizio su Esquire?
«Lì mi hanno usato anche come modello. Rappresentavo l’eleganza napoletana, che onore». 

Prossimi set?
«Il video de La Niña ad agosto, e poi vedremo... Accetto solo quello che mi piace». 

Ha appena ricevuto un premio per l’architettura sostenibile.
«Sì, a Ostuni ho realizzato il restauro di questa casa di pietra immersa nella macchia mediterranea, con cisterne per acqua piovana e pannelli fotovoltaici che la rendono indipendente». 

Ma quello che sembra starle più a cuore è la parte «sociale» del suo lavoro.
«Il punto è che puoi anche ristrutturare una casa o un edificio, ma a che serve se intorno c’è la devastazione? Mi sono concentrato sulla zona di Porta Capuana, dove ho acquistato e ristrutturato spazi nell’ex Lanificio. La mia idea è cercare di creare lavoro perché è quello che può ridare dignità alle persone. A Napoli l’artigianato ha una lunga tradizione ma sta morendo, dunque sto cercando di creare circoli virtuosi tra formazione, arte, design e aziende. L’Officina è un laboratorio sociale, con spazi per la camera oscura, per la cucina, per uffici. Sono 300 metri quadrati che ho ristrutturato e sono frequentati da ragazzi e persone di ogni nazionalità, aperti al quartiere. Facciamo cose belle, credo, perché la città non si può trasformare in una serie di camere con bagno per turisti. Si rischia di perdere identità». 

Pensa che si possa fare ancora qualcosa?
«È necessario. Napoli ha ancora molto di autentico. Ma bisogna fare qualcosa. Ogni metro quadro della città che viene abbandonato diventa discarica. Bisogna quindi avere una visione, pensare alla gestione degli spazi. Anche per la Coppa America ho una certa paura: chi si occuperà dopo l’evento di quegli spazi a Bagnoli? E il verde? Va incrementato. Via Foria è una delle poche strade alberate di Napoli, si avverte subito quando fa molto caldo: lì la temperatura è leggermente più sopportabile. Ecco, pensiamo a piantare alberi, sarebbe un inizio».

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