Parigi anni Venti: Petrella mette Hemingway nei panni di un aiutante detective
Il nuovo romanzo dello scrittore napoletano è un giallo ma finisce per essere un ritratto della capitale francese nei suoi anni ruggenti
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Parigi anni Venti: Petrella mette Hemingway nei panni di un aiutante detective
di Mirella ArmieroIl nuovo romanzo dello scrittore napoletano è un giallo ma finisce per essere un ritratto della capitale francese nei suoi anni ruggenti
Angelo Petrella
Nel 1929 Ernest Hemingway aveva già terminato di scrivere «Addio alle armi» e aveva alle spalle dolorose esperienze di vita. Nel nuovo romanzo di Angelo Petrella, il più proteiforme degli scrittori napoletani, incontriamo l’autore americano proprio in quell’anno cruciale.
Petrella ne dipinge la personalità in una chiave scanzonata e dolente al tempo stesso e addirittura lo cala nei panni di improvvisato detective, a fianco al poliziotto Marcel, appassionato di letteratura. Il libro, da oggi sugli scaffali, si intitola «La valigia perduta di Hemingway» ed è pubblicato da Neri Pozza: di fatto è un giallo, con tanto di omicidi, indagine e risoluzione finale.
Ma Petrella ha declinato in modo molto personale la narrazione di genere, trasformando il poliziesco in un romanzo d’atmosfera, per offrire al lettore un ritratto divertente e smaliziato della Parigi degli anni Venti, popolata da personaggi come Scott Fitzgerald con la moglie Zelda, Man Ray, addirittura James Joyce, e poi Henry Miller, Luis Buñuel ela conturbante Kiki de Montparnasse.
Artisti e intellettuali evidentemente ben conosciuti e amati da Petrella, che mostra tutta la sua ammirazione per quel mondo, ma non al punto di non riuscire ad essere dissacrante. Così, dei vari personaggi vengono fuori vizi e virtù, tic e tensioni etiche, stranezze e genialità. E sullo sfondo ci sono i surrealisti, che agitano ancora di più l’ambiente, con le loro vibranti e pubbliche proteste contro il vecchio e consolidato mondo culturale.
L’impressione, insomma, è che Petrella si sia divertito moltissimo a dare la parola e a far agire quelli che probabilmente sono i suoi numi tutelari sul piano letterario.
Tutta la vicenda è raccontata dalla voce narrante di Marcel, singolare poliziotto, giovane e abbastanza pacato, del tutto diverso da un altro personaggio precedente di Petrella, il ruvido sregolato Dennis Carbone. Marcel è invece un uomo gentile, pieno di scrupoli, si rammarica di non condividere con il suo superiore l’indagine che va svolgendo privatamente, con l’aiuto di «Hem».
Del resto prima che poliziotto sarebbe voluto diventare a sua volta uno scrittore e nel cassetto ha un manoscritto al quale continua a lavorare, ma senza grande convinzione. Per scrivere pagine come quelle del suo amico Hemingway non basta la volontà e qualche buona lettura: Marcel lo sa bene.E sa anche che il mondo nel quale si è all’improvviso ritrovato non è affatto il suo: «Kiki apparteneva a un universo lontano, con regole bizzarre, in cui non ero cresciuto e di cui non avevo cognizione. Mi muovevo come un’ostrica a cui era appena stato frantumato lo scoglio, benché nelle nostre precedenti litigate fosse sembrata lei la più ferita tra i due».
L’improvviso incontro tra i due livelli sociali e culturali, che nella quotidianità parigina di quegli anni normalmente si sfiorano ma non interagiscono, viene delineato da Petrella con delicatezza, soprattutto attraverso l’insistenza su dettagli, abitudini, costumi. Entriamo così nelle case piccolo borghesi e nei locali alla moda, nei ristoranti famosi e nelle botteghe. I personaggi di Petrella non sono stereotipati o semplicemente abbozzati, ma vivono la loro vita pienamente, in una città che si trova ad essere in quel momento la capitale culturale dell’Occidente.
E proprio l’attenzione al dettaglio, non solo nell’ambientazione ma anche nella trama, rende il romanzo avvincente e teso. Dall’intrigo internazionale alla storia del movimento studentesco, Petrella ha scelto tanti scenari diversi per le sue storie ma l’impressione è che non si sia mai sentito a casa come qui.
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