La costola di Adamo
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La costola di Adamo

Giovedì 9 luglio 2026
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La costola di Adamo

di Maria Angela Robustelli

Questo capitolo di mezzo della mia vita, per quello che riguarda il rapporto con l’altro sesso, nello specifico quell’inebriante, primordiale, ormai sbiadito solletico che ti può dare l’interesse fulminante e misterioso per un uomo, potrebbe invece intitolarsi tipo, Le sette piaghe d’Egitto o per rimanere in tema biblico, L’invasione delle cavallette e delle rane.
O comunque qualcosa che rimandi a un’era di fame, pestilenza e siccità.
Questa visione catastrofica viene interrotta di tanto in tanto solo dal miraggio biologico Javier Bardem - emblema di tutto quello che la selezione naturale maschile ci sta portando via e che con la sua esistenza inarrivabile rappresenta il castigo divino per il peccato originale di noi donne, per aver morso per prime, annoiate a morte, quella maledetta mela - il quale miracolosamente rompe lo schema con le sue irruzioni mediatiche nell’algoritmo delle mie visualizzazioni, dandomi l’illusione mistica che ci sia ancora una speranza per quello che Recalcati definirebbe, il mio desiderio singolare. Che la mia espressione del desiderio non si sia ancora estinta.
E questo fatto sta decisamente diventando un’arma a doppio taglio in termini di aspettative. Ad ogni modo era un sabato sera estivo ed ero uscita.

In barba al dilagante sentimento di alienazione generato dalle logiche sociali del profitto, dalla mercificazione delle relazioni e della gioia, dalle frustranti dinamiche lavorative e dai nostri traumi sentimentali, mi ero arresa a quel medievale strumento di tortura femminile che è il reggiseno a balconcino, avevo indossato un abito da donna rinunciando ai miei abituali pantaloni stile Il revisore di Gogol e avevo messo su nell’autoradio vintage, a tutto volume, una pietra miliare di attivazione degli istinti panteistici e dell’amore libero, per noi ballerini all’alba dell’allora nuovo millennio, nelle discoteche in riva al mare di tutto il mondo.

L’amour toujours di Gigi D’Agostino, che ballavo disinibita dalla vita in su, salda al volante, suscitando una certa curiosità ferma in coda al casello della tangenziale.
Il narcisista patologico, il collega lumacone e vendicativo, lo pseudointellettuale egoriferito travestito da romanticone occasionale, li avrei lasciati relegati nel limbo delle chat di WhatsApp non lette per tutta la sera e mi sarei goduta lo spettacolo meraviglioso del calar del sole sull’anfiteatro greco di Pompei e sul viso volitivo e appassionato di Alcesti, anche lei una donna che come Eva nel Paradiso Terrestre, si era presa la briga di cercare di cambiare le cose, attraverso un atto radicale di desiderio, responsabilità e di libertà.
Entrambe, a lungo intrappolate nello stereotipo patriarcale della moglie sottomessa l’una e della peccatrice sconsiderata l’altra, si fanno invece carico dell’incompletezza di una figura maschile definita da una sorta di vuoto, da un’incapacità di stare al mondo, nel limite o nella solitudine.
Loro escono dalla passività. Loro scelgono.
Eva sceglie il sapere, la Storia, il futuro, rifuggendo dall’Eden e dall’immaturità di Adamo, Alcesti sceglie di morire (e rinascere) al posto del marito, non certo per sottomissione caritatevole ma per un atto di sovranità assoluta e di maturità. Per amore.
Tutte e due, s’intende, pagando un prezzo altissimo e diventando delle eroine loro malgrado.
Quella sera anche io mi sentivo protetta dalla mano di Eracle e così, dopo aver pagato dodici euro alla buvette del teatro per un mezzo spritz caldo nel bicchiere di plastica senza alcuna recriminazione, andai a sedermi nella mia terza fila centrale, ispirata dall’atmosfera di quel luogo antico e potente, quando un ragazzo senza un’età definibile, data dalla camicia aloha, i capelli rasati, gli occhioni blu, le mani eleganti e un fare gentile, si siede accanto a me e mi chiede se avessi avuto bisogno di un altro cuscino per appoggiare la schiena sul gradino di pietra.
Da lì comincia una conversazione rilassata e piacevole, illuminata dalla luce incantata della golden hour, interrotta soltanto dalla voce del Dio Apollo e dall’inizio della tragedia.
Tutto era perfetto, quando a un certo punto, nel momento topico in cui la protagonista dice addio ai suoi bambini e all’uomo che ama, con la vista periferica e tutta la parte sinistra del mio corpo tesa in ascolto del mio vicino, mi accorgo di una terza mano che gli accarezzava la gamba.
Una mano maschile che lui a sua volta strinse forte con trasporto.
A quel punto il deus ex machina della mia vita mi fece precipitare senza soluzione di continuità nella realtà di uno sgomento euripideo profondo, accompagnato da un mio accenno di riso soffocato e convulso, che solo l’invito ad andare a cena tutti insieme del mio caro amico Gennaro, attore della compagnia, avrebbe potuto lenire, con la promessa di balli alticci, aneddoti spudorati scambiati tra artisti e risate.
È stato arrivati furi dal ristorante, quando cedendo timidamente il passo al mio amico che si accingeva a salutare tutti i presenti e a fare come solo lui sa fare, le cosiddette pubbliche relazioni, che ho intravisto quel barlume di disegno divino, quell’ultimo scampolo di legge del contrappasso; una rivelazione che forse avrebbe permesso anche a Eva, Alcesti e me, di intravedere una luce alla fine del tunnel dell’atrofia amorosa.
Incrocio due occhi neri vivi. Decisi e pericolosi. Non lo conoscevo, ma lui mi aveva vista.

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