Vertice Nato, il rebus delle cifre
La doppia contabilità di Rutte: mostra la spesa degli alleati ma non rende conto degli investimenti americani in Europa
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Vertice Nato, il rebus delle cifre
Giuseppe Sarcina | 7 luglio 2026La doppia contabilità di Rutte: mostra la spesa degli alleati ma non rende conto degli investimenti americani in Europa
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La raffica di numeri preparata da Mark Rutte e la regia diplomatica del padrone di casa, Recep Tayyip Erdogan, forse eviteranno una conclusione traumatica del vertice Nato di Ankara. Forse. Perché Donald Trump si è presentato nella capitale turca in versione radioattiva, attaccando, ancora una volta, Italia, Germania, Francia e Gran Bretagna, cioè i Paesi che non hanno appoggiato la sua sconclusionata guerra contro l’Iran. Il presidente americano, bontà sua, ha concesso un mezzo complimento a Giorgia Meloni: «È una brava persona, ma ha commesso un errore». Sull’Iran, naturalmente. Il summit tra i leader, dopo la cena di ieri sera, entrerà nel vivo oggi. Erdogan ha voluto ridurre al minimo il confronto tra i Capi di Stato e di governo, puntando a una rapida approvazione dello striminzito comunicato finale, pronto già da qualche giorno. Vedremo se sarà sufficiente per arginare l’ira trumpiana.
Nel frattempo, però, si può tentare un bilancio di quello che, strada facendo, è diventato l’appuntamento più atteso dell’anno. Rutte ha fatto leva sulle cifre per impressionare Trump e per annunciare che ad Ankara l’Alleanza ha iniziato a cambiare passo. Nel biennio 2025-2026 gli europei più il Canada spenderanno 258 miliardi di dollari in più rispetto al 2024 (solo nel 2025 il 20% in più).
Il Segretario generale dell’Alleanza ha poi svelato un piano di investimenti da 40 miliardi di dollari in cinque anni per aumentare la produzione di droni. Vi hanno aderito 20 Stati, Italia compresa.
Il vortice degli annunci, però, non dovrebbe distrarci dalle questioni di fondo che pesano sul futuro e sull’identità della Nato. Anche ad Ankara, il Segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth, ha sbattuto in faccia agli alleati, perché questo è il suo stile, le statistiche preparate dai funzionari di Rutte. Gli Stati Uniti svettano ai primi posti della classifica, con una spesa stimata per il 2026, pari al 3,17% del prodotto interno lordo. Non lontano dall’obiettivo del 3,5% da raggiungere entro il 2035. Il budget americano per la difesa ammonta a circa 1.000 miliardi di dollari: sappiamo quanto di questo denaro arriva effettivamente in Europa? Gli uffici della Nato tengono una contabilità accurata degli investimenti messi in campo dagli europei e dal Canada. Fanno la stessa cosa con gli Stati Uniti? Abbiamo girato la domanda a due funzionari di Rutte che ieri pomeriggio hanno incontrato i giornalisti. La risposta è tanto secca quanto sconcertante: «No». Se si vuole davvero «rivoluzionare» la Nato, come proclama Rutte, forse sarebbe il caso di cominciare a farlo.
Per il momento affidiamoci agli esperti e agli studi più autorevoli. Secondo il britannico Kier Giles, autore di «Who will defend Europe?» («Chi difenderà l’Europa?»), gli Usa dirottano dalle nostre parti circa il 15% del loro bilancio, cioè circa 150 miliardi di dollari. Un rapporto dell’IISS (International Institute for Strategic Studies, sede a Londra) calcola quanto costerebbe rimpiazzare le forze armate americane schierate in Europa: dai 225 ai 344 miliardi di dollari. Come si vede, siamo ben lontani dai 1.000 miliardi di dollari che giganteggiano nei grafici della Nato. Per altro, nel 2024 gli altri 31 Stati hanno stanziato circa 500 miliardi di dollari, quasi tutti per la difesa europea.
Non basta. C’è un altro tema che ostacola il cambiamento della Nato. Il Pentagono vuole delegare la difesa convenzionale agli europei. Ma non cedere il comando militare che gli americani controllano ininterrottamente dalla fondazione dell’Alleanza. Nel momento in cui si chiede agli europei di contribuire con più fondi, non sarebbe politicamente corretto prevedere almeno un’alternanza nella carica di «Saceur» (Supreme Allied Commander Europe). «No», rispondono ancora una volta i funzionari della Nato, «il comando militare implica comunque il controllo della deterrenza nucleare, quindi è necessario che il Saceur sia un americano». In sostanza, lo schema dell’organizzazione non cambierà dopo Ankara.
L’Amministrazione americana lavora al ridimensionamento delle sue forze armate nel Vecchio Continente che si traduce in un aggiustamento contabile a carico degli europei, ma non in una catena di comando militare più condivisa. Il fattore cruciale è, e resterà l’arsenale nucleare controllato da Washington. Rutte si guarda bene dall’avventurarsi su questo terreno così scivoloso. Non la pensa come uno dei suoi predecessori, il danese Anders Fogh Rasmussen: «Trump va sfidato, non adulato».
Anche ad Ankara, Rutte ha blandito Trump: «Ha ragione sia sull’Iran che sulle spese militari». Come dire, se non ci fosse stato lui, gli europei non si sarebbero dati una mossa. È una mezza verità, o meglio, una mezza bugia, che occulta una realtà scomoda.
Nella Nato, ormai, convivono due Europe. Quella occidentale e meridionale, Italia compresa, è convinta che si debba sostenere la resistenza ucraina. Ma ritiene anche che, a guerra conclusa, occorrerà trovare un modo per convivere con Putin. L’altra Europa è costituita da un fronte sempre più ampio che mette insieme nordici, baltici e fianco Est. Dalla Finlandia alla Romania, considerano il leader russo una minaccia strutturale per la sicurezza. Ci risulta che anche ieri sera, nelle riunioni tra i ministri della Difesa e degli Esteri, nonché negli scambi più informali, i polacchi (ma anche i britannici) abbiano avvisato i colleghi più lontani dal confine russo: attenzione, il Cremlino sta preparando qualcosa di «losco». Sulla spesa militare, c’è un’Europa che cammina e una che corre.
7 luglio 2026
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