Perché il carcere è ancora pensato per gli uomini: le disuguaglianze continuano anche tra detenute e detenuti
Corriere della Sera - Cultura

Perché il carcere è ancora pensato per gli uomini: le disuguaglianze continuano anche tra detenute e detenuti

Martedì 7 luglio 2026
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Un esempio? Il servizio di manutenzione ordinaria del carcere: un’attività remunerata che resta preclusa alle donne perché considerato «lavoro da da uomini»

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Perché il carcere è ancora pensato per gli uomini: le disuguaglianze continuano anche tra detenute e detenuti

di Barbara Poggio

Un esempio? Il servizio di manutenzione ordinaria del carcere: un’attività remunerata che resta preclusa alle donne perché considerato «lavoro da da uomini»

Pochi giorni fa sono entrata nella Casa circondariale di Trento per incontrare la redazione femminile, di «Non solo dentro. Parole dal carcere», l’inserto del settimanale diocesano curato da detenuti e volontari. Al tavolo, con alcune volontarie, cinque donne, tra i 20 e i 40 anni. Ho iniziato a parlare dei temi su cui lavoro — diversità, disuguaglianze, equità — ma ben presto sono state loro a prendere la parola, dando sostanza a quei concetti con la propria esperienza.

Un carcere pensato a misura di uomo.

Dai loro racconti è emerso un carcere pensato a misura di uomo. Se la popolazione detenuta è in larghissima parte maschile — le donne sono una quota residuale, come scrivevo qualche settimana commentando il Rapporto Antigone; qui sono circa il 10% — la maggior parte dei servizi e delle attività, in particolare quelle lavorative, formative e sportive, è di fatto calibrata su quella maggioranza. Un esempio tra tutti è il MOF, il servizio di manutenzione ordinaria del carcere: un’attività remunerata che resta preclusa alle donne perché considerato «lavoro da da uomini». La disparità riguarda anche gli spazi all’aria aperta: gli uomini dispongono di un cortile più arioso, accanto agli orti, cui solo loro hanno accesso. Le donne dispongono invece di un cortile in cemento, interamente murato, sotto il sole, sovrastato dal filo spinato dove restano impigliati i palloni da volley.

Relazioni

Colpisce quanto, per queste donne, la pena si estenda oltre lo spazio fisico, anche sul piano delle relazioni. Tutte sono madri di figli e figlie cresciuti da nonne o altre reti familiari, per lo più femminili, a distanza, e di cui sentono la mancanza. Anche le forme più minute di relazione sono sottoposte a controllo: un saluto dalla finestra tra edifici, un gesto di vicinanza verso un detenuto uomo nelle rare occasioni di incontro, possono essere sanzionati duramente. Chi è in regime chiuso, raccontano, spesso urla o canta per non soccombere all’isolamento e all’inedia, in molte fanno uso di psicofarmaci. È difficile, peraltro, essere ascoltate: per alcune di loro il gesto estremo di farsi del male resta uno dei pochi modi per ottenere attenzione.

Lo stigma

E poi c’è il mondo fuori, e la difficoltà di rientrarvi. Lo stigma pesa più a lungo, per una donna. Raccontano la difficoltà di trovare lavoro e parlano di una maggiore esposizione al ricatto, anche sessuale. Diverse sono rientrate più volte, e raccontano del senso doloroso di non sentirsi più adatte alla vita «fuori». Eppure — dicono alcune ricerche — le donne hanno meno recidive degli uomini, soprattutto quando scontano la pena in istituti pensati per loro, non in sezioni dentro carceri progettate per uomini. In fondo il carcere è una lente che ingrandisce ciò che fuori resta più difficile vedere: senza margini di compensazione ogni asimmetria incide sulle condizioni stesse dell’esistenza.

*Barbara Poggio, prorettrice alle politiche di equità e diversità Università di Trento

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