Alberto Fortis: «L’infanzia a Domodossola e le estati con Sivori e Charles. Poi incontrai Vecchioni e la mia musica è cominciata»
Corriere della Sera - Cultura

Alberto Fortis: «L’infanzia a Domodossola e le estati con Sivori e Charles. Poi incontrai Vecchioni e la mia musica è cominciata»

Lunedì 6 luglio 2026
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Il cantautore e polistrumentista si racconta: dalle prime band in collegio a Milano agli anni «americani». «Sono juventino. A Diano Marina da ragazzo incontravo alcuni calciatori bianconeri con i quali giocavo sulla spiaggia»

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Alberto Fortis: «L’infanzia a Domodossola e le estati con Sivori e Charles. Poi incontrai Vecchioni e la mia musica è cominciata»

di Maria La Barbera

Il cantautore e polistrumentista si racconta: dalle prime band in collegio a Milano agli anni «americani». «Sono juventino. A Diano Marina da ragazzo incontravo alcuni calciatori bianconeri con i quali giocavo sulla spiaggia»

Un bambino che raccoglieva fragole nel giardino della madre non poteva immaginare che, molti anni dopo, avrebbe registrato un album intitolato Fragole RInfinite negli stessi studi dei Beatles utilizzando il microfono di Strawberry Fields Forever . Alberto Fortis racconta la vita attraverso questi intrecci che considera segnali da interpretare. Cantautore, polistrumentista e autore tra i più raffinati della scena italiana, nel corso della sua carriera ha collaborato con grandi nomi della musica internazionale e italiana.

Com’è stata la giovinezza di Alberto Fortis?

«La terra in cui sono nato ha avuto un ruolo determinante nella mia formazione. Domodossola, città di Sandro Pertini, fu la prima repubblica indipendente sorta contro il fascismo. Sono figlio di medici, ho studiato dai Rosminiani e, diversamente da molti miei coetanei, avevo poco tempo da dedicare a me stesso: l’impegno era costante e la disciplina rappresentava un valore imprescindibile».

Questa impronta pedagogica le è stata utile?

«Sono grato di aver ricevuto quell’educazione. Si è rivelata preziosa in un ambiente come il mio, dove è facile perdere la rotta. La mia infanzia e la mia adolescenza sono state serene, nonostante la morte prematura di mia madre, che per me ha rappresentato un trauma profondo. Mio padre era un grande lavoratore, un uomo totalmente dedito alla professione: spesso saltava i pasti pur di non interrompere il lavoro. Aveva un fortissimo senso del dovere. Quando ho deciso di seguire la musica anziché la medicina, mi ha sostenuto con grande affetto».

Ha iniziato presto a suonare e cantare?

«A cinque anni chiesi come regalo di Natale una batteria, uno strumento che non ho mai abbandonato. La prima band nacque in collegio, a Milano, quando avevo sedici anni. In quel periodo iniziai anche a registrare le prime canzoni con Roberto Vecchioni, con il quale è rimasto un rapporto di amicizia. Quello era il mio destino e ho saputo cogliere i diversi segnali che la vita mi ha inviato».

Per esempio?

«Da bambino avevo un luogo magico: un angolo del giardino dove mia madre coltivava le fragole. Ventitré anni dopo mi sono ritrovato agli Abbey Road Studios di Londra a registrare l’album Fragole Infinite, utilizzando lo stesso microfono con cui i Beatles avevano inciso Strawberry Fields Forever. Un altro richiamo riguarda David Bowie. Il primo 45 giri che acquistai era un suo disco e, negli anni Ottanta, mi ritrovai a suonare con il suo produttore e la sua band ai Power Station Studios di New York. Naturalmente ebbi anche modo di conoscerlo».

È un po’ un sensitivo.

«Ho frequentato sciamani, incontrato il Dalai Lama in tre occasioni e sono stato da Osho, in India. Possiedo una particolare sensibilità e una naturale predisposizione a intercettare codici esoterici e spirituali. Nella quotidianità cerco di trasformare queste intuizioni in azioni concrete, compiendo gesti che possano essere utili alla comunità».

Un’arte come la musica ha anche una funzione sociale?

«Certamente. Oggi siamo purtroppo sempre più assoggettati al dominio degli algoritmi, soprattutto quelli dei social media. Tuttavia intravedo alcuni spiragli e continuo a cercare percorsi alternativi».

C’è qualcosa che le fa paura?

«L’ignoranza mi sgomenta. Non mi riferisco alla mancanza di istruzione scolastica, ma alla condizione di assoggettamento che nasce dall’assenza di consapevolezza, cultura e informazione. Temo i sistemi che relegano le persone in una posizione di dipendenza, una sorta di neo-feudalesimo in cui esistono signori e schiavi. Fortunatamente colgo, anche qui, segnali di cambiamento e di ritrovata coscienza: qualcosa, nell’attuale sistema, sta iniziando a incrinarsi».

E il fallimento professionale lo ha mai contemplato?

«Ogni giorno. È una presenza costante con cui si impara a convivere, soprattutto in un settore aleatorio come quello dello spettacolo. A questa incertezza si aggiunge spesso una significativa mancanza di meritocrazia. Tuttavia molti anni fa questa sensazione occupava uno spazio maggiore nella mia vita, oggi mi sveglio pensando che tutto ciò che ho realizzato è stato autentico, e questo mi basta».

Una passione oltre la musica?

«Per me è difficile staccare davvero. Le mie giornate ruotano attorno al lavoro e a tutto ciò che gli gravita intorno. Mi diverte curare la regia dei miei videoclip. Mi piace il tennis, andare a cavallo e seguire il calcio».

Solo da spettatore?

«Sono juventino. Quando avevo tredici anni trascorrevo le vacanze a Diano Marina e lì incontravo alcuni campioni della mia squadra del cuore con i quali, a fine giornata, giocavo sulla spiaggia. Parlo di Omar Sivori e John Charles. Più avanti ho frequentato anche Antonio Cabrini, che è diventato un mio amico. Giampiero Boniperti, invece, era mio cugino: ecco spiegata la mia passione per il calcio. Ho ancora quella casa in Liguria, dove mi piacerebbe trascorrere più tempo, ma quest’anno sono riuscito ad andarci soltanto per due giorni».

C’è qualcosa che non le piace di questo periodo storico?

«La mancanza di pudore umanistico. Mi colpisce l’arroganza con cui si compiono azioni gravissime senza provare alcuna vergogna. Le guerre che stanno insanguinando il mondo ne rappresentano l’esempio più evidente».

Una sua mania particolare?

«Sono attratto da piccoli oggetti che trovo per strada e che spesso conservo o lego a qualcosa. Può trattarsi di un semplice cordoncino apparentemente insignificante, ma che per me racchiude un significato, un’esperienza dell’anima».

Di Torino cosa le piace?

«Gli amici che ho ritrovato. Ho vissuto a lungo all’estero, soprattutto tra New York e Los Angeles, e ho ripreso a frequentare Torino soltanto negli ultimi anni. Mi ha sempre affascinato l’assenza di ostentazione che caratterizza questa città e l’elevata qualità della vita che offre».

Che cosa l’ha colpita della sua esperienza negli Stati Uniti?

«Le opportunità professionali legate alla meritocrazia. E poi, a Los Angeles, l’ampiezza di tutto: dagli spazi urbani alla natura. Di Manhattan, invece, mi sono innamorato completamente per il suo ritmo, il suo stile di vita, la sua energia. Ci vivrei senza esitazione. Sono fondamentalmente un animale metropolitano che, di tanto in tanto, sente il bisogno di ritrovare il contatto con la natura».

Un rito prima di salire sul palcoscenico?

«Ho appreso alcuni rituali dalle popolazioni native americane. Prima di ogni spettacolo mi isolo per rilassarmi e compio alcuni gesti ispirati alla Danza del Sole e al ringraziamento verso la natura».

Si emoziona ancora?

«Provo ancora un sano terrore. Avverto una grande responsabilità e presto attenzione ad ogni dettaglio. Direi di essere un perfezionista».

Che cosa le procura serenità?

«La volontà di confronto. Per me è fondamentale».

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