Le incognite di Ankara
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Le incognite di Ankara

Domenica 5 luglio 2026
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La spinta dei Paesi dell'Est, i più minacciati da Putin. I rapporti con Trump, spese militari e divisioni tra alleati europei

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Le incognite di Ankara

Giuseppe Sarcina | 5 luglio 2026

La spinta dei Paesi dell'Est, i più minacciati da Putin. I rapporti con Trump, spese militari e divisioni tra alleati europei

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Giorgia Meloni è attesa a una doppia, difficile prova nel vertice della Nato, che inizia domani ad Ankara, in Turchia. Come tutti i leader europei dovrà, innanzitutto, fronteggiare Donald Trump. I diplomatici, a cominciare da quelli americani, si aspettano l’ennesimo assolo del presidente. Stonato e brutale. Contro gli alleati che non lo avrebbero aiutato nella guerra in Iran; contro i governi che stanno spendendo troppo poco per la difesa. L’esecutivo guidato da Meloni fa parte di entrambe le categorie e quindi è il più esposto all’ira funesta trumpiana, insieme con quello spagnolo di Pedro Sánchez.

Nel documento di una paginetta che farà da base alle discussioni di Ankara, sono previsti solo quattro temi. Il sostegno all’Ucraina (70 miliardi di euro, in gran parte già stanziati) è garantito per il 2026, mentre per il 2027 andrà confermato dai singoli Stati. L’Italia, insieme con altri Paesi, ha ottenuto che non vi fossero automatismi e scadenze stringenti, come chiedeva la Germania.
Nel testo si dichiara la necessità di salvaguardare la libertà di navigazione a Hormuz, ma non si accenna a una missione militare nello Stretto. Inoltre, ci sarà il richiamo a una «difesa su tutti i fronti», quindi, attenzione non solo al versante est e a Vladimir Putin, ma anche alle insidie provenienti dal Sud, come richiesto da Italia, Spagna e Grecia.

Il passaggio cruciale del comunicato riguarda, però, le spese militari. Gli ambasciatori dei 32 Paesi membri hanno riconfermato lo schema approvato lo scorso anno al summit dell’Aia: 5% del prodotto interno lordo da raggiungere entro il 2035, con il 3,5% da spendere per le armi e l’1,5% per il più generico concetto di sicurezza. Non c’era e non dovrebbe essere aggiunta quest’anno una tabella di marcia, anno per anno, per raggiungere l’obiettivo. All’Aia, il solo Sánchez si sfilò dall’accordo, trasformando gli attacchi trumpiani in titoli di merito per il suo operato.
Meloni, al contrario, sta cercando un punto di equilibrio tra la prudenza del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e la fronda di Matteo Salvini, senza contare la pressione esterna del generale Roberto Vannacci, ostile al riarmo.

Il punto è che tutte queste difficoltà politiche e di bilancio non commuovono la Casa Bianca. La presidente del Consiglio proverà ad arginare le obiezioni americane, presentando un aumento delle spese militari intorno a 5 miliardi di euro per il 2027, pari allo 0,25% del prodotto interno lordo, cui si aggiungerebbero circa altri 11 miliardi di euro per il 2028. In questo modo la quota della spesa complessiva per armamenti e sicurezza salirebbe al 3,35% alla fine del 2028, a fronte del 5% previsto per il 2035. Basteranno questi numeri per placare Trump? Lo capiremo da domani, con un’avvertenza: il presidente degli Stati Uniti è allergico ai piani a media e lunga scadenza.

Ma non andranno convinti solo gli americani. Ad Ankara si farà sentire anche la voce di un asse europeo sempre più coeso e determinato. Parte dal grande Nord, con Finlandia e Svezia, passa dai tre Baltici, tocca la Polonia e arriva fino alla Romania. Tutti Stati che considerano Putin una minaccia strutturale per la sicurezza europea. Per questo motivo, e non perché lo impone Trump, hanno da tempo stanziato massicci investimenti militari.
Di fatto, sono Paesi in armi e fanno tutti parte dell’Unione europea. Conoscono, quindi, nel dettaglio i meccanismi messi in campo da Bruxelles per aumentare la spesa militare. E tutti ricordano bene come sono nati.

La proposta di sforare il deficit con un 1,5% aggiuntivo è stata avanzata dalla Francia e dall’Italia. Per quanto riguarda il nostro governo, in particolare da Crosetto e dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, nel quadro della discussione europea iniziata nel 2023. Il fatto che sia diventata una clausola del patto di Stabilità dovrebbe essere considerato un successo colto dall’Italia. Ora, a Bruxelles e nelle capitali dell’Est si fatica a capire perché Meloni non la voglia utilizzare pienamente.

Un discorso simile vale per il Safe (Security action for Europe), il fondo di prestiti da 150 miliardi per finanziare progetti di difesa comune europea. Il governo italiano, dopo un approfondito confronto tra Crosetto (favorevole) e Giorgetti (scettico), non ha ritirato la quota di circa 14 miliardi di euro, prenotata nei mesi scorsi. Scelta legittima, naturalmente. Ma, ancora una volta, non facile da spiegare agli altri 17 Stati europei che hanno aderito all’iniziativa, sei dei quali hanno già siglato il protocollo per i presti. Quasi inutile aggiungere che nell’avanguardia figurano, tra gli altri, i soliti noti dell’Est: Polonia, Romania, Lituania.
Si discuterà anche di tutto questo ad Ankara? Vero, queste misure non c’entrano con la Nato. Ma solo formalmente. Nella sostanza politica, invece, ne sono parte integrante.
La deroga al patto di Stabilità e il «Safe» sono i due strumenti ideati dalla Commissione Ue per favorire la costruzione di un pilastro europeo dentro e non fuori la Nato. Anche questo progetto fu concordato nel 2023. Da chi? Dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e dell’allora Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg.

5 luglio 2026

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