La sinistra e il marketing dei nomi
La sinistra e il marketing dei nomi
di Aldo Grasso | 5 luglio 2026I tuoi preferiti
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Alla sinistra serve un copywriter? C’è qualcosa di commovente nel vedere il centrosinistra impegnato nella ricerca del nome perfetto per la futura coalizione. A questo punto manca soltanto un focus group, un consulente di branding e magari un podcast.
C’è un antico principio del diritto romano, poi adottato nelle dispute filosofiche medievali, che recita: i nomi sono una conseguenza delle cose. Prima esiste la realtà, poi la si chiama. Il centrosinistra italiano, con ammirevole coerenza, ha deciso di imboccare la via contraria: siccome la realtà è sfuggente, tanto vale partire dal nome e sperare che il resto segua.
È una forma di nominalismo: se non si riesce più a definire il lavoro, il welfare, l’Europa, la sicurezza, la politica estera o perfino il perimetro della coalizione, almeno si può aprire un appassionante dibattito sugli acronimi.
Del resto, siamo davanti a una tradizione gloriosa. Querce, ulivi, margherite, campi larghi, vocazioni maggioritarie, fronti repubblicani, alleanze per la Costituzione, perfino gioiose macchine da guerra: nessuna area politica ha investito tanto nel rebranding di sé stessa. È come se, di fronte allo smarrimento dell’identità, si fosse deciso di puntare tutto sul marketing.
I marchi, però, possiedono ancora una virtù antica: funzionano solo quando funziona il prodotto.
5 luglio 2026
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