Giuseppe Garibaldi nel 1860 era già un divo: il maggiore settimanale londinese regalò ai lettori il suo poster
Corriere della Sera - Cultura

Giuseppe Garibaldi nel 1860 era già un divo: il maggiore settimanale londinese regalò ai lettori il suo poster

Domenica 5 luglio 2026
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Notizie inedite sull'Eroe dei due mondi e sull'epopea risorgimentale nei due tomi di «1860: La Verità vol.II» di Antonio Formicola e Claudio Romano. Tradotti dall'AI oltre mille articoli di giornali europei dell'epoca

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Giuseppe Garibaldi nel 1860 era già un divo: il maggiore settimanale londinese regalò ai lettori il suo poster

di Gabriele Bojano

Notizie inedite sull'Eroe dei due mondi e sull'epopea risorgimentale nei due tomi di «1860: La Verità vol.II» di Antonio Formicola e Claudio Romano. Tradotti dall'AI oltre mille articoli di giornali europei dell'epoca

Sapete chi è stato il primo divo internazionale moderno? Giuseppe Garibaldi. Abbiamo le prove: già nel 1860, grazie all’oggettiva temerarietà dell’impresa dei Mille e ai successi militari, «l’eroe dei due mondi» aveva acquisito una notorietà planetaria in pochissimo tempo. Lo testimoniano un dramma teatrale in quattro atti intitolato a lui e a Francesco II di Borbone, le copertine sui giornali illustrati, gli articoli di gossip sul figlio che studiava in un college in Inghilterra, e persino un poster a colori (cosa rarissima per l’epoca) che il maggiore settimanale londinese Illustrated London News regalò ai suoi lettori come cadeau per il Natale 1860. Nelle sale da ballo di Londra e New York impazzavano i galop e le polke intitolate al «generale» e nella hit parade che i settimanali statunitensi e inglesi pubblicavano per pubblicizzare i vari locali si rimarcava la possibilità di ascoltare e ballare al ritmo di quelle musiche. Queste e tante altre dettagliate notizie, finora poco o niente conosciute, su Garibaldi e tutta l’epopea risorgimentale, oltre il mito e la retorica, compongono il secondo volume di un’opera monumentale 1860: la Verità (Apeiron edizioni), più di mille pagine ripartite in due tomi in cofanetto, a cura degli instancabili studiosi napoletani Antonio Formicola e Claudio Romano, presentato a maggio al Salone internazionale del libro di Torino. 

«Rispetto al primo volume in cui il 99% dei 500 documenti riportati proveniva da Napoli, prevalentemente dall’Archivio di Stato - spiega Romano, già al lavoro sul terzo volume - stavolta in due anni e mezzo abbiamo analizzato e trascritto integralmente altri 200 documenti d’epoca di varia provenienza e oltre mille articoli tratti dai principali giornali europei di quel periodo». Più che «scritto» dagli autori il libro, che è arricchito da un robusto corredo iconografico, 624 illustrazioni, è stato per oltre l’80% «copiato», con l’aiuto dell’intelligenza artificiale in grado di tradurre in italiano in pochi secondi testi stranieri scovati negli archivi. «Da tutta questa documentazione - riprende Romano - l’impresa dei Mille e l’Unità d’Italia risulta essere stata un’annessione fatta passare per un’unificazione. Prova ne è l’inspiegabile silenzio del mondo accademico che, pur conoscendo gran parte di quanto si evince dal materiale riportato nell’opera, non lo divulga in modo massivo – sebbene i testi universitari lo accennino – né ne evidenzia la valenza e la portata storica, a tutto beneficio di una narrazione classica ed aulica del Risorgimento italiano». 

Ad esempio, dei tanti “decreti garibaldini” si conosce molto bene quello con cui Garibaldi vietò il titolo di Eccellenza ed il baciamano tra uomini; praticamente sconosciuto è invece quello con cui assicurava un premio di ben 50 ducati, a guerra finita, ai soldati borbonici che avessero disertato e fossero passati a combattere al suo fianco. Va messo in rilievo, per dare il giusto peso alla gratifica in questione, che all’epoca un soldato semplice dell’esercito borbonico aveva una paga mensile di 3 ducati, pertanto 50 ducati corrispondevano a circa un anno e mezzo di stipendio. Oppure si pensi al decreto con il quale si promettevano, sempre a guerra finita, lotti di terra demaniale a quanti avessero indossato la camicia rossa. Inutile dire che queste promesse non furono mai mantenute. Altro argomento di notevole rilevanza, presente per lo più solo nei testi universitari, è il Trattato di Zurigo del 10 novembre 1859. Con quell’atto venne formalizzata la cessione della Lombardia dall’Austria alla Francia, e da questa al Piemonte. Quest’ultimo passaggio, però, era subordinato al pagamento da parte dei Savoia di ben 60 milioni di franchi e, poiché il Piemonte, già pesantemente indebitato, non disponeva di tale cifra, nell’accordo fu previsto che Torino versasse a Parigi un interesse di ben 3 milioni l’anno, fermo restando il debito di 60 milioni. E come si sarebbe potuto pagare quel debito? Annettendo gli Stati preunitari presenti nella penisola italica ed aumentando così, nel breve volgere di qualche mese, il numero dei “contribuenti” (il Piemonte aveva poco più di 4 milioni di abitanti, mentre il solo Regno borbonico ne contava 9,4 milioni). 

Ma Formicola e Romano tornano anche su argomenti già trattati nel primo volume per approfondirli con nuove testimonianze: dal numero reale dei garibaldini, che erano molto più di mille (da alcuni documenti d’epoca risultano 45 mila quelli che sbarcarono in poco più di tre mesi in Sicilia contro i 35 mila soldati dell’esercito borbonico) alla schiacciante superiorità delle camicie rosse dovuta alle armi di nuova generazione acquistate a Marsiglia con cambiali firmate da Cavour: fucili a canna rigata e pistole «Colt Navy» con tamburo a sei colpi prericaricabile, che sparavano a ripetizione e per sostituire il tamburo bastavano dieci secondi. Mentre per le pistole «monocolpo» in uso ai soldati borbonici il tempo di ricarica era di circa un minuto. E poi le stesse dinamiche interne all’esercito borbonico che erano penalizzanti, con l’obbligo del «servizio a vita» per gli ufficiali troppo anziani, con idee antiquate, adatti più ad un ospizio che ad un campo di battaglia. 

Ampio spazio viene dedicato all’«eterno indeciso» Francesco II di Borbone: la sua incredibile impreparazione lo portò a commettere errori fatali in ogni ambito. in campo militare, con ordini di ritirata assurdi e inopportuni e l’impiego delle navi da guerra unicamente per il trasporto truppe; in campo politico, promulgando una Costituzione liberale «fuori tempo massimo» che provocò sconcerto tra i tanti militari che, volendo la monarchia assoluta, lo abbandonarono e in campo diplomatico, arrivando a rompere i rapporti con il Regno di Sardegna solo il 9 ottobre del 1860 quando Garibaldi già sedeva da più di un mese sul trono di Napoli e lo stesso Francesco II era asserragliato nella fortezza di Gaeta. La storia che ha fatto l’Italia raccontata da chi la visse riserva anche alcune sorprese destinate a smentire antiche leggende: è il caso dei famosi «conti di Ippolito Nievo» sulla spedizione dei Mille che non sono andati perduti nel naufragio del battello che li trasportava, come si è sempre detto, ma vengono riportati sui giornali dell’epoca nel dettaglio, voce per voce, fino al 31 dicembre 1860. 

Nel mare magnum di documenti affiorano anche notizie completamente inedite come il bombardamento, da parte di una nave da guerra austriaca di una colonna di garibaldini in risalita della costa calabra per raggiungere Napoli. Tale episodio è stato immortalato in un bellissimo acquerello e la sua descrizione è riportata (in inglese) sul retro. «All’epoca - conclude Romano - i reportage «fotografici» erano a matita, inchiostro o pennello, eseguiti da veri artisti che, armati di tavolozza e fogli di carta, riuscivano ad immortalare centinaia di personaggi minori (che poi minori non erano), fatti d’arme sconosciuti e i momenti più drammatici ed emblematici di una vicenda che non ha eguali in nessuna altra parte del mondo. Anche questa è documentazione».

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5 luglio 2026 ( modifica il 5 luglio 2026 | 07:30)

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