In una coppia sana ci si ammira e ci si migliora sempre a vicenda
Corriere della Sera - Cultura

In una coppia sana ci si ammira e ci si migliora sempre a vicenda

Domenica 5 luglio 2026
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La posta del cuore del Corrmezz, le lettere di V. e Betta

Parla Di Maio: «Pensavo di fare il premier e poi ho perso tutto. La svolta? Alessia, sua figlia Amylia e nostro figlio Gabriel. Non ho più sentito Di Battista»

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In una coppia sana ci si ammira e ci si migliora sempre a vicenda

di Candida Morvillo

La posta del cuore del Corrmezz, le lettere di V. e Betta

Cara Candida, ho 31 anni e una fidanzata che mi ama, ne sono sicuro. Il problema è che mi ama sempre nella versione successiva di me. Se mi vesto bene, dice che starei meglio con una giacca diversa. Se cucino, mi spiega che il piatto che ho fatto con tanta fatica potrebbe venire ancora meglio. Se parlo inglese, mi dice che dovrei fare un corso per diventare ancora più fluente. Mi ha regalato libri di crescita personale, un corso di public speaking e un manuale per organizzare meglio il tempo. Dice che vede in me un potenziale enorme e che sarebbe un peccato sprecarlo. All’inizio, apprezzavo, i suoi complimenti mi gratificavano. Ormai, però, ho una strana inquietudine: ogni complimento è seguito da un «però». Ogni qualità sembra sempre incompleta. A volte mi chiedo se lei ami davvero me o l’uomo che immagina potrei diventare, un uomo che è solo nella sua testa e che è inarrivabile. All’inizio, le sue attenzioni mi facevano sentire importante, ora mi sento sempre carente. Non capisco se mi ama per il mio «potenziale» o se smetterà di amarmi se non mi impegno abbastanza e se quel potenziale non lo raggiungo. Non so più che pensare: bisogna amare l’altro per come è o è più giusto e bello vedere nell’altro tutto il potenziale che ha e spronarlo a migliorare? Io lei la amo così com’è, ammiro tante cose di lei, incluso la disciplina che ha per migliorarsi. E ci sono anche cose che non mi piacciono, ma non pretendo la perfezione. Non so a questo punto se anche il suo è amore, se è lei che chiede troppo o se sono io a non essere alla sua altezza .
V.

Caro V., c’è una differenza enorme tra chi ci aiuta a crescere e chi ci fa sentire costantemente in difetto. Amare significa anzitutto accogliere l’altro per come è, senza se e senza ma. Ma l’amore è meraviglioso anche perché, per farci amare, siamo portati a dare sempre il meglio di noi e a sviluppare al massimo il nostro potenziale. Il meccanismo virtuoso dell’amore è fatto di evoluzione reciproca, ma dovrebbe avere un innesco spontaneo. Un conto è che sia tu a desiderare di trovare la giacca perfetta, un altro è andare in frustrazione perché la giacca che hai scelto non è mai all’altezza delle aspettative della tua fidanzata. L’equivoco è perdersi sui dettagli. Non può esserci un esame su ogni camicia, calzino, piatto. Deve esserci un progetto condiviso di chi siete, di come volete essere, di cosa volete realizzare. Amare qualcuno significa anzitutto ammirarlo e significa voler fare proprie le sue qualità. Fra voi due, invece, il rapporto sembra un po’ sbilanciato a tuo sfavore: c’è qualcosa in cui sei tu a ispirarla? Qualcosa magari di meno materiale di un outfit? Perché in una coppia sana ci si ammira e ci si migliora a vicenda. Se la tua fidanzata ritiene che lei sia perfetta e tu perfettibile, difficilmente andrete lontano.

Attenzione alla sindrome del nido vuoto

Cara Candida, ho 44 anni e un figlio che, due mesi fa, è partito per studiare all’estero. Sono stata una madre molto presente. Forse troppo. La mia vita ruotava intorno ai suoi orari, ai suoi problemi, ai suoi allenamenti, ai suoi amici. Mi lamentavo di non avere mai tempo, ma adesso il tempo è diventato tutto mio e non so cosa farmene. Mio marito dice che dovremmo approfittarne: viaggiare, uscire, ricominciare a vivere come coppia. Io ci provo, ma prenoto una cena e all’ultimo non me la sento. Entro nella camera di mio figlio e finisco a piegare magliette che nessuno indosserà per mesi. Mi sorprendo ad aspettare una telefonata che magari arriverà il giorno dopo. La cosa che mi spaventa di più è un’altra. Mi accorgo che, tolto il ruolo di madre quotidiana, non so più descrivere chi sono. Ho investito così tanto in quel ruolo da non sapere più quali desideri appartengano ancora a me. Mi sono accorta che anche il rapporto con mio marito ruotava tutto attorno alla famiglia. Ora so che dovrei ripartire da lui, ma come ?
Betta
 
Cara Betta, quello che stai vivendo ha un nome antico: il nido vuoto. Ma dentro quel nome ce n’è un altro, molto meno raccontato. Il vuoto che senti non è soltanto quello lasciato da tuo figlio. È lo spazio che si apre quando una parte importante della nostra identità smette di essere necessaria ogni giorno. Per anni sei stata una madre a tempo pieno e, senza accorgertene, hai finito per identificarti quasi esclusivamente con quel ruolo. Adesso la vita ti chiede una cosa difficilissima: non smettere di essere madre, ma ricominciare a essere anche altro. L’errore da non fare è chiuderti in te stessa e lasciarti scivolare nella depressione, l’errore è escludere tuo marito da questa nuova ricerca di identità. Fatti aiutare a capire chi sei e chi vuoi essere, trovate insieme cose da fare, progetti da intraprendere. Fagli capire come ti senti e chiedigli aiuto. E torna anche ad ascoltare lui, i suoi bisogni, le sue aspettative. Non farti vincere dalla tristezza quando ti propone qualcosa, ma lancia il cuore oltre l’ostacolo e resta aperta alla possibilità di farti stupire da un’esperienza nuova: un viaggio, un corso, una lezione di tango… Finora, vi ha tenuto insieme un progetto di genitorialità, ma se non trovate un altro progetto che vi tenga uniti rischiate di perdervi.

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