Altopiani, silenzi e segreti: Loris Giuriatti racconta guerra e migrazioni attraverso gli occhi della gente di montagna
Corriere della Sera - Cultura

Altopiani, silenzi e segreti: Loris Giuriatti racconta guerra e migrazioni attraverso gli occhi della gente di montagna

Sabato 4 luglio 2026
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Il nuovo libro dell'autore vicentino trasporta il lettore tra la campagna veneta e i monti, nei luoghi della primo conflitto mondiale. Una storia che nasce ispirata dal nonno Angelo

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Altopiani, silenzi e segreti: Loris Giuriatti racconta guerra e migrazioni attraverso gli occhi della gente di montagna

di Francesca Visentin

Il nuovo libro dell'autore vicentino trasporta il lettore tra la campagna veneta e i monti, nei luoghi della primo conflitto mondiale. Una storia che nasce ispirata dal nonno Angelo

La Grande Guerra sul Pasubio, la fame e la prigionia, l’amicizia, il mito della «Merica». E un ritorno a casa che significa custodire segreti impossibili da rivelare. Attorno a questi temi si snoda il nuovo romanzo del vicentino Loris Giuriatti, di Bassano del Grappa, Il silenzio degli altopiani (Rizzoli, 266 pagine, 16 euro). Una storia ambientata in gran parte tra i luoghi veneti della Grande Guerra, che intreccia i grandi avvenimenti con la vita quotidiana della gente di montagna.

Ceo Gonda l’ha conosciuta la guerra, proprio a causa della guerra è emigrato nella lontana «Merica», ma le sue radici sono sempre rimaste solide, ancorate alla campagna veneta, dov’è tornato appena ha potuto. Vent’anni dopo, arriva il momento in cui si rende conto che quella promessa che ha cambiato la sua vita, il segreto che ha sempre custodito, va svelato. Una vicenda che parte da lontano, Loris Giuriatti ha deciso di raccontarla dopo un viaggio negli Stati Uniti con un altro scrittore veneto, Paolo Malaguti. «In quella stessa Merica oltre un secolo prima uomini coraggiosi hanno affrontato l’ignoto per costruirsi un futuro - spiega Giuriatti - . Alzo gli occhi al cielo per dire grazie a nonno Angelo, detto l’Americano, classe 1896, che un po' di questa storia l’ha vissuta». E non è un caso che il protagonista del romanzo, Ceo Gonda, è chiamato «l’Americano», come il nonno di Giuriatti.

In una calda mattina di giugno del 1940 una Balilla dei carabinieri si ferma in mezzo alla corte di casa sua, nella campagna veneta. Ceo Gonda, «l’Americano», capisce che il passato è tornato a cercarlo appena vede il maresciallo Zancanaro scendere dall’auto con una cartella consunta sotto il braccio e una busta color avorio tra le mani: poche carte, sufficienti a riaprire una storia rimastasepolta per anni. Seduto sotto il portico di casa, davanti allo sguardo di Mina, la donna che ha scelto di condividere la sua vita senza pretendere spiegazioni, «l’Americano» decide che è arrivato il momento di raccontare. E ci vuole l’intero libro perché Ceo Gonda riveli i segreti nascosti per tanto tempo. Segreti che hanno cambiato il destino delle persone. La narrazione si muove tra la campagna veneta e gli Stati Uniti del proibizionismo, tra memoria personale e storia collettiva, utilizzando un linguaggio che è Veneto e italiano insieme, con parole e frasi tipiche del dialetto.

Fatica e speranza, povertà, dignità, tradizioni da difendere, guerra e prigionia e in mezzo a quel mondo di sofferenza e violenza, l’amicizia solida e intoccabile. Loris Giuriatti fa muovere la storia e i personaggi attraverso luoghi che conosce molto bene, il territorio della campagna veneta e i percorsi della Grande Guerra sul monte Grappa. Lungo questi itinerari, nella vita, Giuriatti guida le persone, sono visite della memoria, sulle tracce della grande storia, per non dimenticare ciò che è stato.

Un romanzo che parla di guerra, sogni e speranze. Ma anche di emigrazione, dei migranti veneti e del mito della «Merica». E quando Ceo Grande parte in nave per quella terra lontana, vedendo le altre navi all’orizzonte «inghiottite» dal mare, scopre anche che la terra è rotonda... «Non era un buon inizio sapere che la Merica era dove muore il sole. Comunque, ormai eravamo pronti a partire, per cui ce ne rimanemmo zitti e buoni, seduti in mezzo a tutta quella gente che aspettava silenziosa davanti all’acqua scura come la catramina che davo alle botti, a fissare le navi che partivano e sparivano, come se il mare Oceano se le fosse mangiate. Quanto lo feci notare a Tita, lui s’incupì. “...l’è la terra tonda, per questo le sparisse”. La risposta alle nostre paure arrivò secca e divertita da un ometto di bassa statura, ben vestito e con gli ochciali tondi calati sul naso. Si chiamava Melchiorre Fraccaro, era un maestro di scuola di Cogollo del Cengio... “Le navi non se le magna el mar, semplicemente spariscono dalla nostra vista perché la terra è rotonda”... ma no eravamo ignoranti e continuammo a non capire”.

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