All you can eat, con l’abbuffata di film in tv si tornerà al cinema
I tuoi preferiti
Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.
Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccediHai salvato un nuovo articolo
Trovi tutti gli articoli salvati nella tua nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.
All you can eat, con l’abbuffata di film in tv si tornerà al cinema
di Diego De SilvaÈ un po’ che mi domando, quando di sera mi siedo in poltrona, aziono il telecomando e vado su una delle tante piattaforme che occupano i nostri smart tv, il perché dell’insoddisfazione che provo dopo un po’ che scorro le liste dei film e delle serie tv in offerta. È curioso: davanti a una quantità smisurata di titoli, che dovrebbe procurarmi un entusiasmo da ghiottone davanti a una tavola imbandita d’ogni delizia, mi scatta una noia, una svogliatezza, un’emorragia dell’interesse che mi porta quasi regolarmente alla rinuncia. Allora lascio perdere, mi alzo e faccio dell’altro oppure passo alla tv in chiaro, come se per dispetto volessi consegnarmi a una programmazione predeterminata, che mi affranchi dall’onere di una scelta che non mi va di prendere.
Il poter decidere cosa vedere e quando, interrompere e riprendere la riproduzione senza necessità di «Previously On», la possibilità di dialogare con la tv che addirittura ti riconosce perché ha il tuo nome in memoria e un software che si setta sui tuoi gusti e ti propone titoli compatibili con le tue preferenze, è il ventaglio di opzioni di una libertà basata sull’abbuffata, come i ristoranti Ayce («All you can eat»), dove puoi ordinare una quantità illimitata di piatti a prezzo fisso, che dopo un po’ ti stancano, placando quella suggestione d’ingordigia che ti spinge a rimpinzarti a basso prezzo.
L’Ayce è stata un’efficace intuizione di marketing: liberiamo il pubblico dal caro-ristorazione, facciamo sì che la gente mangi a sazietà spendendo poco, regaliamo il bis, anzi moltiplichiamolo finché la dismisura dell’offerta supererà la domanda (e l’appetito) del cliente per soddisfare un altro bisogno, quello di rovesciare il meccanismo del profitto fondato sul sovrapprezzo (un’illusione, ovvio: ma è su questo che si basa la pubblicità, che oggi si chiama comunicazione, ma sempre pubblicità è).
È per questo che le locandine dei ristoranti All you can eat mi ricordano le schermate delle piattaforme televisive, con i loro piatti fotografati e la lista degli ingredienti accanto. E così come non mi attirano i ristoranti che espongono le foto delle carbonare, dei poke o dei sushi, poco o nulla mi dicono le microsinossi che accompagnano le locandine digitali dei film e delle serie tv sulle piattaforme. La semplificazione al ribasso che offrono per guidare la scelta dell’utente m’impoverisce l’immaginazione, impacchettando la complessità di un film, di una serie televisiva, di un documentario, in un riassuntino stiracchiato e insapore che non produce altro effetto che quello di spingermi a uno zapping masturbatorio destinato a concludersi con la perdita dell’interesse.
La speranza è che questa frustrazione da eccesso di offerta e di comodità possa salvare il cinema, salvaguardando il piacere di scegliere un film non dalla poltrona di casa ma da un articolo di giornale (cartaceo o meno) o dal passaparola, e finalmente uscire, andare fisicamente in una sala, comprare il biglietto e godersi lo spettacolo a luci (e cellulare) spento.
A sabato prossimo.
Vai a tutte le notizie di Napoli
Iscriviti alla newsletter del Corriere del Mezzogiorno Campania
4 luglio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Una strepitosa «Georgia on my mind» da Sabba e Fabiana Martone
Il live al Giardino Romantico durante il tributo agli Showmen
Hai una storia da segnalare sul tuo territorio?
ScriviciIscriviti alla newsletterCorriere del Mezzogiorno
Le news principali sul Mezzogiorno
Ogni giorno alle 12, a cura della redazione