Custodire l’umano nell’era dell’AI
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Custodire l’umano nell’era dell’AI

Venerdì 3 luglio 2026
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L’enciclica Magnifica Humanitas: siamo chiamati a misurarci non sull’efficienza ma sull’amore

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Custodire l’umano nell’era dell’AI

Tiziano Onesti | 3 luglio 2026

L’enciclica Magnifica Humanitas: siamo chiamati a misurarci non sull’efficienza ma sull’amore

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Ci sono epoche in cui la storia procede per piccoli passi. E ce ne sono altre in cui accelera, si addensa, mette le coscienze davanti a un bivio. La nostra è una di queste. Non solo perché disponiamo di strumenti di potenza inedita per conoscere, curare, organizzare. Ma perché questa stessa potenza ci obbliga a una domanda più radicale: che cosa stiamo diventando? Quale idea di uomo stiamo consegnando al futuro?

La prima enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas, si colloca esattamente qui. Il sottotitolo parla di «custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale», ma il documento è molto più di un testo sull’AI. È un atto di giudizio sulla cultura che genera la tecnica, sulla nostra antropologia implicita. Al centro non c’è la macchina, ma la persona; non l’innovazione in sé, ma il suo orientamento al bene comune; non il mito del progresso lineare, ma la sua ambivalenza.
Per questo Magnifica Humanitas merita di essere accolta con particolare rispetto. Non soltanto per l’autorità spirituale e morale di chi la firma, ma perché richiama tutti — credenti e non credenti, istituzioni, imprese, scienza, politica — a una responsabilità più alta. In questo senso, l’enciclica segna un passaggio storico: non chiude il dibattito, ma lo eleva; non rifiuta la tecnica, ma le restituisce una misura umana.

L’enciclica usa immagini forti. Richiama la scelta tra una nuova Babele — costruita sulla potenza senza limiti, sul controllo concentrato dei dati e degli algoritmi — e una Gerusalemme del «noi», dove libertà, giustizia, fraternità tornano ad essere criteri di governo. Soprattutto, definisce la verità come «bene comune», non proprietà di chi ha più potere o visibilità, e chiede che l’AI venga «disarmata»: liberata da logiche che la trasformano in strumento di dominio ed esclusione, posta al servizio di tutti come in passato si è chiesto per altre innovazioni.

Queste categorie dialogano in modo sorprendente con l’Economia del Bene Comune, che da anni sostiene una tesi semplice e scomoda: il valore di una organizzazione non coincide con le sue performance economiche, ma con il bene che genera per le persone e per il pianeta. Dignità umana, solidarietà e giustizia sociale, sostenibilità ambientale, trasparenza e partecipazione non sono cornice etica opzionale; sono parametri concreti per valutare l’impatto verso lavoratori, fornitori, clienti, comunità, ambiente, generazioni future.
Per capire quanto sia concreta questa convergenza, basta spostare lo sguardo su un luogo particolare: un grande ospedale pediatrico come il Bambino Gesù. Lì, dove un bambino fragile incontra una istituzione che concentra competenze e tecnologie avanzate, la domanda di Magnifica Humanitas smette di essere teoria. Si vede se prevale la cultura della potenza — numero di prestazioni, velocità dei processi, immagine — o una civiltà della cura, che mette al centro il volto e la voce dei più piccoli.

Per orientarsi in questa tensione, possono soccorrere quattro parole antiche e sorprendentemente attuali: bellezza, tempo, disinganno, piacere. Sono le figure allegoriche che il cardinale Benedetto Pamphilj pose al centro del libretto de Il trionfo del Tempo e del Disinganno, il primo oratorio italiano composto da Händel a Roma nel 1707. In quella sensibilità barocca e preilluministica, la Bellezza è chiamata a scegliere tra la seduzione immediata del Piacere e la verità più severa del Tempo e del Disinganno. Rilette oggi, nel tempo dell’intelligenza artificiale, quelle quattro figure diventano criteri di governo: ciò che rende visibile la dignità dell’umano, ciò che resta nel tempo, ciò che smaschera le illusioni della potenza, ciò che distingue il bene reale dalla seduzione dell’immediato.

Bellezza. Leone XIV insiste sul fatto che l’umano non si identifica con la sua efficienza, ma con la sua dignità relazionale: corpo, limite, fragilità condivisa. Ne può nascere una domanda: il modo in cui organizziamo il lavoro, la cura, le tecnologie restituisce dignità o la consuma? Rende più visibile o più opaco il volto di chi non ha forza né potere?

Tempo. Magnifica Humanitas lega la custodia dell’umano a tre ambiti concreti — verità, lavoro, libertà — mostrando come siano minacciati da una logica dell’«adesso» moltiplicata dalle piattaforme. Alcune scelte brillano nel breve periodo e logorano il futuro. Se ripetessimo per anni le decisioni che oggi ci sembrano più «efficienti», che cosa lasceremmo alle generazioni che vengono?
Disinganno. L’enciclica smonta l’illusione della neutralità tecnologica: algoritmi e piattaforme non sono strumenti innocenti, perché incorporano interessi, visioni del mondo, gerarchie di valore. Per questo chiede trasparenza, audit indipendenti, possibilità effettive di ricorso. È la stessa logica che l’Economia del Bene Comune traduce in matrici, indicatori, bilanci di impatto. In un ospedale, ad esempio, significa non vivere di auto narrazioni consolanti, ma ascoltare davvero famiglie e operatori, misurare anche le ombre: stanchezza, disuguaglianze di accesso, costi ambientali.

Piacere. Nel capitolo sulla «cultura della potenza», Magnifica Humanitas descrive la seduzione dell’immediato: la promessa di controllo totale, la fascinazione per l’efficienza, la tentazione di delegare alle macchine decisioni irreversibili, perfino in ambito militare. È la logica di Babele: tutto in alto, nelle mani di pochi. L’alternativa, la «civiltà dell’amore», non è sentimentalismo: significa scegliere percorsi più lenti e partecipati, che tengano conto dei più vulnerabili, anche a costo di rinunciare a una parte di potenza e di consenso a breve.

Da questo intreccio può nascere una proposta molto concreta. Ogni decisione significativa — in politica, in economia, nella sanità, nella governance delle piattaforme — potrebbe essere sottoposta a quattro domande: custodisce o ferisce la bellezza dell’umano? Che cosa lascia nel tempo? Quale verità rischia di oscurare? Risponde al bene reale o al piacere del breve?
La posta in gioco la formula lo stesso papa Leone: o una cultura della potenza, o una civiltà dell’amore. Non è un’alternativa astratta, ma la trama delle nostre scelte quotidiane: nel modo in cui progettiamo un algoritmo, scriviamo un bilancio, organizziamo un reparto, regoliamo un mercato digitale.

Una civiltà può avanzare nei mezzi e regredire nei fini. Può avere ospedali efficienti, sistemi di AI sofisticati, connessioni globali, e nello stesso tempo diventare più indifferente, più dura con i fragili, più impermeabile alla verità. Il banco di prova resta quello che l’enciclica non si stanca di indicare: il modo in cui trattiamo chi non può restituirci nulla. In particolare, i piccoli. È nello scarto tra la loro vulnerabilità e la nostra risposta che si vede se l’intelligenza artificiale, l’economia e le istituzioni stanno costruendo una nuova Babele o contribuendo, faticosamente, a edificare una Gerusalemme del noi.
* Presidente dell’Ospedale Pediatrico
Bambino Gesù di Roma

3 luglio 2026

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