L’alleanza in bilico
Nato, operazione buon senso. L’Europa non deve cadere nell’errore di rispondere alle provocazioni di Trump ma cercare nuove strategie
L’alleanza in bilico
Goffredo Buccini | 3 luglio 2026Nato, operazione buon senso. L’Europa non deve cadere nell’errore di rispondere alle provocazioni di Trump ma cercare nuove strategie
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Bisognerebbe evitare l’ordalia. Anche se l’autoproclamato padreterno in questione si è fatto precedere da tuoni e saette per rivendersi l’evento come un giudizio divino. Sono assai preoccupanti, infatti, le premesse con cui Donald Trump approccia il vertice della Nato che tra pochi giorni si terrà ad Ankara. Per molti analisti tira aria di divorzio tra americani ed europei o, almeno, di separazione in casa, con gli Stati Uniti che, letteralmente, portano via armi e bagagli dal Vecchio Continente mutilando di fatto la capacità di deterrenza dell’Alleanza atlantica ai confini orientali dove preme Putin, e con tanto di revisione semestrale al ribasso annunciata dal ministro Pete Hegseth.
Ammettiamolo, il corso della storia ha in qualche misura svuotando di senso originario la Nato, la cui funzione, secondo il suo primo segretario generale, lord Ismay, era «tenere gli americani dentro, i russi fuori, i tedeschi sotto»: ma allora, quasi ottant’anni fa, stavamo precipitando nella Guerra fredda e gli orrori del nazismo erano appena scolpiti nella nostra memoria. Oggi, l’ultimo successore di Ismay, l’olandese Mark Rutte, inciampa in goffi incidenti diplomatici e mezze bugie sulle missioni aeree per cercare di salvare il salvabile chiamando «paparino» il riluttante presidente Usa. Convinto com’è che la carta dell’adulazione (in effetti non del tutto inutile di fronte a un narcisista patologico) serva a tenerlo legato. Più seriamente Bill Emmott si domanda sulla sua newsletter Substack quale sia lo scopo della Nato alla vigilia dell’appuntamento turco del 7 e 8 luglio: se quello di «compiacere uno dei suoi membri», Trump, o affrontare la minaccia militare rappresentata dalla Russia, «il Paese contro cui la Nato fu fondata nel 1949 per proteggerci».
Ma forse la questione è, in parte, malposta. È vero: al netto della più recente strategia nazionale di sicurezza Usa, che ha collocato chiaramente lo scenario europeo in una posizione secondaria rispetto al teatro Indo-Pacifico, è di piena evidenza come il presidente americano appaia deciso a portare alle estreme conseguenze la sua epidermica avversione per un’alleanza «obsoleta», fatta di «codardi» e «scrocconi» colpevoli di non pagare le quote d’armamenti dovute e di non averlo rincorso nella sciagurata avventura iraniana, dunque meritevoli di ogni stigma (come Giorgia Meloni ha sperimentato sulla propria pelle). Si tratta d’una posizione estrema rispetto alle preesistenti critiche delle amministrazioni Usa sulla ripartizione degli oneri nell’Alleanza, fino a mettere in discussione l’articolo 5 del Trattato, la mutua assistenza in caso d’attacco: anzi, di più, rovesciandolo, con l’ipotesi distruttiva e per ora archiviata d’una aggressione americana alla Groenlandia, dominio danese e dunque territorio della stessa Nato. La rottura dell’Occidente è tale da suonare quasi da invito all’imperialismo russo che preme sui Paesi baltici. «Il pericolo è che la Russia si convinca che Washington è inaffidabile», osserva sul New York Times Claudia Major, vicepresidente del German Marshall Fund, un think tank che lavora sui rapporti transatlantici. L’ormai comprovata sudditanza di Trump verso Putin può fare il resto.
Molto ci divide dal trumpismo. I nostri valori liberali, l’ecologia, la legislazione digitale, la tutela dei diritti e delle minoranze, l’idea stessa della rule of law calpestata in patria dal governo Maga. Ma sarebbe un errore accettare la sfida su un terreno che, lungi dall’ideologismo, dovrà, invece, essere pragmatico. Non tutto ciò che sta cambiando nella Nato dipende da Trump. La crescita esponenziale della Cina e lo spostamento dell’asse di confronto fra potenze è un ribaltamento del paradigma novecentesco che ha incrinato l’interesse americano per la vecchia Europa, ancora divisa in staterelli come la Lega Italica al tempo delle nascenti monarchie assolute. La sfida tra imperi ci marginalizza non per colpa altrui. Ed è miope puntare su un cambio della guardia alla Casa Bianca nel 2029, pur possibile visti i sondaggi, sperando che un presidente democratico torni all’antico con un’America garante della nostra sicurezza. Trump, per quanto ci possa ripugnare, è l’epifenomeno, la frattura negli equilibri Nato è assai più profonda. I suoi effetti, tuttavia, non saranno così immediati, quale che sia il copione che il Grande Disruptor avrà deciso di recitare ad Ankara. Le decine di basi americane in Europa non sono solo un gentile ombrello per noi, sono una proiezione della potenza Usa nel mondo: smantellarle, oltre a richiedere un complesso braccio di ferro col Congresso, avrebbe costi pesanti e affosserebbe ulteriormente la già bassissima popolarità del presidente.
Ci resta del tempo, insomma. Senza abboccare alle sicure provocazioni cui assisteremo ad Ankara, non occorre sottomissione ma lucida razionalità. Come? Riducendo la nostra vulnerabilità, consolidando l’E5, il format dei Paesi europei entrati in scena quando gli americani si sono sottratti al sostegno dell’Ucraina. Magari, per ciò che ci riguarda, aderendo al Safe, il programma di spesa per una difesa comune. E, perché no?, coi nostri sodali ritrovati dopo la fine dell’illusione d’un «doppio forno» tra Bruxelles e Washington, rispolverando il Ced, il vecchio trattato per la Comunità europea di difesa, frettolosamente accantonato negli anni Cinquanta. Serve uno strumento per tenere agganciati alla carovana comune i tedeschi che, ben lungi dall’essere ancora «sotto» come preconizzava lord Ismay, si accingono a tornare «sopra», potenza militare con 150 miliardi di spesa entro il 2030. Dieci anni fa la Bundeswehr usava manici di scopa in luogo dei fucili per le esercitazioni. Che il rafforzamento di Berlino sia condiviso dal continente o diventi un’avventura solipsista può cambiare molto per molti: non solo per una Germania saldamente democratica ma per il destino dei figli dell’Europa.
3 luglio 2026 ( modifica il 3 luglio 2026 | 20:41)
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