Mummie e 17 artisti per il ventennale della Fondazione Morra Greco
Corriere della Sera - Cultura

Mummie e 17 artisti per il ventennale della Fondazione Morra Greco

Venerdì 3 luglio 2026
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S’intitola «Admiranda e Arcana Naturae» la collettiva ospitata al Museo universitario delle Scienze e delle Arti che apre le celebrazioni per i vent'anni dell’istituzione di Largo Avellino

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Mummie e 17 artisti per il ventennale della Fondazione Morra Greco

di Melania Guida

S’intitola «Admiranda e Arcana Naturae» la collettiva ospitata al Museo universitario delle Scienze e delle Arti che apre le celebrazioni per i vent'anni dell’istituzione di Largo Avellino

C’è un piccolo drappo verde che copre una teca. Copre i resti di una testa essiccata, «una testa rimpicciolita tsantas di indios Jivaros, un popolo cacciatore di teste dell’alta Amazzonia», indica la descrizione. Quel drappo è l’intervento che Maria Theresa Alves, artista brasiliana, utilizza come premessa al suo lavoro artistico, subordinato alla richiesta di rimozione di quei resti e toccando così il nervo scoperto della narrazione coloniale imposta dall’Europa al Nuovo Mondo dal Quattrocento in poi.

Siamo al Musa, il Museo universitario delle Scienze e delle Arti dell’Università «Luigi Vanvitelli», in via Amanni. Nella sezione del Museo anatomico, una delle più importanti per la conservazione e la rappresentazione del corpo umano, è allestita «Admiranda e Arcana Naturae» la mostra, curata da Giulia Pollicita, che la Fondazione Morra Greco presenta per inaugurare il programma di celebrazioni dedicati ai vent’anni di attività. Il titolo riprende due topos ricorrenti nei resoconti di viaggio e nelle osservazioni scientifiche tra Sette e Ottocento, gli admiranda, meraviglie osservate durante i viaggi e gli arcana naturae, ambiguità e opacità che abitano i resoconti della conoscenza, prende forma lungo un percorso transtemporale e transculturale che attraversa secoli di saperi. Mettendo in relazione illuminismo, eredità coloniale, biopolitica e riflessioni su genere, corpo, identità, tecnologia e decolonialità. 

Ma la mostra è soprattutto un progetto che si inserisce in una strategia di collaborazione tra istituzioni culturali (l’iniziativa è in partnership anche con Magazzini Fotografici) lungo l’asse dell’Anticaglia, rafforzando un ecosistema culturale basato su ricerca, produzione e formazione.

Cuore della mostra, il corpo. Il corpo che come un grande archivio non smette mai di rivelare ciò che ancora non sapevamo di cercare. Attraverso le opere di 17 artisti (Jimmie Durham & Alan Michaelson, Lizzi Bougatsos, Carmela De Falco, Yvonne De Rosa, Beatrice Favaretto, Delia Gonzalez, Renato Grieco, Emiliano Maggi, Isadora Neves Marques, Valerio Nicolai, Diego Perrone, Giulia Piscitelli, Anri Sala, Markus Schinwald, Namsal Siedlecki, Miroslav Tichý, Francesca Woodman) «abbiamo voluto costruire un dialogo», racconta la curatrice, «tra le pratiche artistiche contemporanee e le collezioni anatomiche del Musa, interrogando il modo in cui il corpo è stato storicamente osservato, classificato, rappresentato ed esposto».

In dialogo con i frammenti anatomici di una delle teche del museo, Markus Schinwald (Salisburgo, 1973), per esempio, interviene su un dipinto ottocentesco alterandone completamente il significato. «Agata», volto femminile sofferente e attraversato da tubi, diventa così una riflessione sulla frammentarietà del corpo e sui processi di medicalizzazione della modernità. Analogamente le sculture di Lizzi Bougatsos (New York, 1974) che attivano un dialogo simbolico potente con gli scheletri verticali del museo. Un dialogo simile a quello che Francesca Woodman (Denver, 1958-1981) con le sue fotografie sperimentali intesse con i preparati anatomici esposti. O piuttosto le «lesioni balistiche» di Giulia Piscitelli (Napoli, 1965) che inserite accanto agli antichi crani provenienti dalla Vicaria, mettono in connessione la storia della frenologia e delle pratiche di controllo sociali con le fragilità del presente. Oppure le «Corrispondenze» di Yvonne De Rosa (Napoli, 1975), il lavoro fotografico in diretto dialogo con i modelli storici del ciclope, della sirena e della duplicità all’interno delle collezioni del museo. O ancora il grande disegno di Anri Sala (Tirana,1974) che intrecciando le linee delle mani di Jung, Huxley e Stravinsky alterna metodo e casualità generando esiti imprevedibili. Schiudendo il rigore dell’analisi alla dimensione della poesia. Fino al 30 settembre.

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