Faso di Elio e le Storie Tese: «Il nostro tour con la scaletta scelta dai fan, all'inizio il mio soprannome era Pranzo»
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Faso di Elio e le Storie Tese: «Il nostro tour con la scaletta scelta dai fan, all'inizio il mio soprannome era Pranzo»

Venerdì 3 luglio 2026
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Questa sera (3 luglio) il concerto al Lazzaretto di Bergamo. Il bassista: «In trent'anni l'Italia non è cambiata, è solo più tecnologica»

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Faso di Elio e le Storie Tese: «Il nostro tour con la scaletta scelta dai fan, all'inizio il mio soprannome era Pranzo»

di Rosanna Scardi

Questa sera (3 luglio) il concerto al Lazzaretto di Bergamo. Il bassista: «In trent'anni l'Italia non è cambiata, è solo più tecnologica»

Un menù musicale in cui ognuno sceglie cosa gustare. Si apparecchia a Lazzaretto Estate, stasera (3 luglio), il tour à la carte di Elio e le Storie Tese. La scaletta di ogni concerto è scelta dal pubblico che vota la propria selezione di brani sul sito della band, attraverso ormai cinque decenni di carriera. In questo modo, gli spettatori sono sia fruitori sia creatori del live stesso. Abbiamo chiesto a Faso, alias il bassista Nicola Fasani, di raccontarci il live.


Faso, perché questa scelta?

«Abbiamo talmente tanti brani in repertorio che non servono grandi prove. E poi la tv è invasa dagli chef e io stesso sono figlio di un ristoratore. Papà aveva un passato nell’editoria dei fumetti e decise di aprire un locale in via Sarpi, a Milano. Hugo Pratt gli disegnò il bigliettino da visita. Poi si spostò in corso Garibaldi: nell’85 quando sono entrato nel gruppo, provavamo nella sua sconfinata cantina».

Il pubblico bergamasco in particolare cos’ha scelto dal menù?

«Emerge la voglia di ascoltare i classici come “Tapparella”, “John Holmes” e “Servi della gleba” (il brano più votato a Bergamo, ndr). Nella comanda ognuno ha le sue varianti, ma le portate non coprono tutta la cena. Noi arricchiamo la proposta con il piatto dello chef, ovvero due o tre brani. L’approccio è da stellati, perché siamo musicisti raffinati, ma le porzioni sono abbondanti. Non ti serviamo la carotina con il ghirigoro di aceto balsamico, come fanno in quei ristoranti dove paghi tanto e mangi una molecola. Da noi spendi il giusto ed esci sazio».


Com’è andato il Concertozzo a Biella?

«Ci sono state tanta energia positiva e voglia di fare del bene. E poi mai avrei immaginato di poter vedere Tony Hadley ballare con Mangoni vestito d’argento sulle note di “Gold” degli Spandau Ballet».


Il ricavato a chi sarà devoluto?

«Creiamo una rete di associazioni che si impegnano a garantire un domani a ragazzi autistici e disabili, create da genitori pazzeschi che hanno passato tutto il tempo a sbicchierare e sfornellare. Alla fine, non era rimasto un grissino. Noi ci sobbarchiamo i costi e dal conto estrapoliamo una parte che va in beneficenza».

Con Elio ha cantato anche il figlio Dante che, due anni fa, aveva esordito a Bergamo con la rivendicazione «Sono autistico e ne vado fiero». Ci sarà stasera?

«No, Dante non partecipa al tour. Era venuto alle prove e, come tanti ragazzi autistici, ha dimostrato di avere dei superpoteri: è intonato, ha orecchio assoluto e non ha sbagliato mezza nota. E pensare che a Elio, quando Dante era piccolo, dissero: “La sua sarà una vitaccia…”».

Lei è allenatore di baseball.

«E ho un ragazzo autistico in squadra. Bofonchia qualche parola, ma in azione non è inferiore a nessuno e conosce il regolamento a memoria. Questi ragazzi hanno una comunicazione diversa dal canone, che può disorientare, e grandi talenti. Si ipotizza che Mozart avesse una forma di autismo. E chissà forse anche Pico della Mirandola che recitava la Divina Commedia al contrario».

Trent’anni fa usciva «La terra dei cachi» (che raggiunse allora il secondo posto a Sanremo): è cambiata l’Italia?

«Per nulla, è solo più tecnologica. Ad esempio, io alleno al Centro sportivo Saini a Milano, chiuso da tre anni per ristrutturazione, e con solo l’area baseball aperta; al Lido di Milano c’era una piscina meravigliosa dove ti aspettavi di vedere Ava Gardner; ci andava mamma portata da mia nonna: ha chiuso 15 anni fa, è marcito tutto e poi è stata venduta a privati. Nel 1985 facevamo il tour in città girando una dozzina di locali, adesso ne restano due e mezzo. Ci sono il Blue Note e altri da fighi».

Anche voi siete fighi.

«Un conto è esserlo per quello che fai, un altro per quello che dici e indossi. Milano è oggi la città di Milan, Inter e della moda».


Dopo quel Festival di Sanremo come è cambiata la vostra vita?

«Eravamo già nel meccanismo. Io ero iscritto a Filosofia con indirizzo psicologico. Avevo dato dieci esami su diciotto. Quando è uscito il primo disco nell’89 ho mantenuto l’iscrizione. L’anno dopo ho voluto provare».

Come aveva conosciuto Elio?

«Per via oratoriana. Sergio (Rocco Tanica, ndr) mi aveva invitato a sentirli. Dissi: se avete bisogno di un bassista, mi precipito».

All’inizio il suo soprannome era Pranzo.

«Perché mi ero nutrito dei loro pezzi e li avevo ben digeriti; ma un giorno un giornalista si confuse e scrisse Pasto. Sembrava che volessi scimmiottare Pastorius che era come Gesù per noi bassisti. Come uno che si chiama Hendrixio, vai tu a spiegare che non c’entra niente con Hendrix. Ero disperato. Ma sono riuscito a impormi e sono diventato Faso».

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