Il Festival au Désert di Firenze e il sogno infranto dei Tuareg: «Tra le violenze del regime e l'abbraccio soffocante degli jihadisti, il futuro è appeso a un filo»
Intervista a Luca Raineri della Scuola Sant'Anna di Pisa che racconta l'epopea e il dramma del popolo sahariano alla vigilia della tre giorni che Fabbrica Europa dedica al blues del deserto e ai nomadi del Sahara
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Il Festival au Désert di Firenze e il sogno infranto dei Tuareg: «Tra le violenze del regime e l'abbraccio soffocante degli jihadisti, il futuro è appeso a un filo»
di Edoardo SemmolaIntervista a Luca Raineri della Scuola Sant'Anna di Pisa che racconta l'epopea e il dramma del popolo sahariano alla vigilia della tre giorni che Fabbrica Europa dedica al blues del deserto e ai nomadi del Sahara
Sopravviverà la cultura tuareg in Mali? La domanda è aperta. Stretta, da un lato, da quella che il ricercatore della Scuola Sant’Anna di Pisa Luca Raineri definisce una «repressione violentissima del regime militare di Bamako» (che dal 2012 non conosce tregua) e, dall’altro, «nell’abbraccio soffocante dei movimenti jihadisti», la galassia tuareg è appesa a un filo sottilissimo.
Una delle vittime di questa crisi umanitaria e politica che va avanti dal 2012 è stato il Festival au Désert di Timbuktu che «per l’Africa occidentale — spiega Raineri — ha rappresentato ciò che la letteratura francese è stata per l’intera cultura europea». Poco prima che il Festival perisse sotto il fuoco dei kalashnikov, Firenze ha visto nascere la sua «succursale»: l’esperienza coloratissima e ricca di vita, musica e condivisione che è il Festival au Désert organizzato ogni estate dal 2010 da Fabbrica Europa.
La 17esima edizione che si apre oggi alle Cascine e che proseguirà l’8 e 9 luglio (interverrà in un incontro anche Raineri), rappresenta appunto, per usare le parole dell’ideatore e direttore artistico Maurizio Busia, un «ritorno alle origini» del festival: il «racconto della cultura tuareg come minoranza resistente ma capace di contagiare l’Europa, e Firenze in particolare, attraverso la sua musica». Ovvero il desert blues.
Professor Raineri, cosa sta succedendo al martoriato popolo tuareg?
«Se in Niger, in Algeria e in altri Paesi dell’area continua a mantenersi viva, in Mali la situazione è gravissima dalla presa del potere dei militari che hanno adottato una postura sovranista che vede una minaccia in ogni forma di rivendicazione delle minoranze. La giunta militare ha posto fine al processo di pace, chiedendo l’espulsione della missione Onu e iniziando a etichettare i tuareg come terroristi, al pari degli jihadisti. Hanno iniziato una guerra e una repressione violentissima e difficile da documentare per via della stretta impenetrabile alle informazioni, ma si parla di violenze e abusi di massa dei diritti umani, anche di genocidio, pur in mancanza di prove in questo senso. Il flusso di rifugiati aumentato vertiginosamente e la lotta al comune nemico hanno purtroppo avvicinato i due gruppi».
Cacciati, braccati, profughi: anche gli artisti hanno subito una sorte simile. A Firenze conosceremo Mamah Diabaté, che durante l’ultimo tour ha deciso di non tornare in Mali e si è stabilito a Perugia.
«Le difficoltà nel tornare a casa hanno però amplificato la loro capacità di veicolare nel mondo il messaggio di fierezza del loro popolo, messaggio di pace ma anche di nostalgia, lutto. Il gruppo più celebre, i Tinariwen, è nato proprio da un’esperienza di esilio nei campi profughi libici, anzi ne sono stati forgiati».
Ma i Tinariwen appartengono a una generazione ormai anziana. Il futuro?
«Ci sono giovani che portano avanti la tradizione, penso a Bombino, anche se non è maliano ma un tuareg nigerino e in Niger la repressione politica è forte ma non diretta esplicitamente contro i tuareg, anche se pure lui è visto con sospetto dal regime».
Il 9 arriverà anche Kader Tarhanine: un maliano brillante, considerato erede e ambasciatore della nuova musica tuareg.
«La violenta e durissima repressione di questi anni ha avuto un impatto devastante sulle nuove generazioni che faticano ad emergere e sopravvivere. I tuareg sono da sempre una comunità segmentaria, divisi dai confini e anche internamente, con stratificazioni per caste, che sono stati uno dei limiti principali di quel mondo. Ma proprio l’esperienza dei campi di rifugiati ha permesso ai Tinariwen di ispirarsi a concetti più moderni e farsi notare».
La rilevanza storica di Timbuktu e del suo festival aveva anche questa dimensione: un incontro tra diversità, che il Festival di Firenze prova a continuare a rappresentare.
«Timbuktu nel Medioevo era una capitale culturale fondamentale, un incrocio etnico complesso, con una letteratura e una biblioteca importantissima, ma dal 2012 con la nuova crisi militare è diventata inaccessibile, molto pericolosa, controllata da militari, paramilitari, para-mafiosi, la stessa biblioteca è stata costretta a scappare dalla conquista degli jihadisti che probabilmente avrebbero bruciato tutto».
Ed è morto il Festival au Desert originale.
«È finito dal 2012. Era un evento bellissimo, molto noto, che si inseriva in un quadro più ampio di fermento culturale che accoglieva dissidenti politici da Paesi limitrofi, qualcosa di straordinario».
Ora resta solo la sua controparte fiorentina, che custodisce la sua eredità.
«Mantiene vivo un lume di quell’esperienza straordinaria. Ma è complicato, banalmente: è difficile fare un Festival au Désert se manca il deserto. Il festival era un via vai di carovane di musicisti, artisti, curiosi, turisti che per una settimana attraversavano il Sahara in un movimento continuo. È bene che continui ad esistere e resistere altrove, è un po’ come la banca dei semi alle isole Svalbard che conserva nei freezer le sementi indigene dell’Amazzonia in pericolo di estinzione. Serve a preservare un afflato di quella esperienze».
Il titolo del suo intervento giovedì prossimo sarà «I Tuareg nella tormenta».
«Una tormenta che ha conosciuto varie fasi, anche di convivenza pacifica e mutua contaminazione pacifica. Ma l’attuale tensione col regime, che ha portato a un avvicinamento tattico tra gruppi tuareg e quelli jihadisti, apre molti interrogativi e molte ombre. Avvicinamento dettato da necessità militari ma è anche un abbraccio mortale: gli jihadisti vietano la musica e le danze, anche ai matrimoni, per esempio. Ci si muove su un crinale molto stretto».
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3 luglio 2026
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