Il declino americano passa da Hormuz
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Il declino americano passa da Hormuz

Giovedì 2 luglio 2026
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Dal controllo dei mari al rischio di tramonto dell’egemonia statunitense

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Il declino americano passa da Hormuz

Angelo Panebianco | 2 luglio 2026

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Il declino americano. Soltanto il tempo ci dirà se l’intervento militare di Trump contro l’Iran è per lo meno servito a bloccare o a ritardare di molto la trasformazione dello Stato persiano in una potenza nucleare. Se non sarà così allora vorrà dire che quella americana risulterà essere una sconfitta completa. E significherà anche, incidentalmente, che con un Medio Oriente nuclearizzato ci saranno guai a non finire per il Medio Oriente stesso e per l’Europa.

Nel frattempo, comunque, Trump una sicura sconfitta l’ha subita. Una sconfitta che è al tempo stesso pratica e simbolica. Nelle guerre del passato c’è stato quasi sempre un luogo in cui si era svolta una battaglia decisiva (Salamina, Maratona, Waterloo, Dien Bien Phu, eccetera) e il cui nome i posteri citano per ricordare gli esiti (vittoria o sconfitta dell’uno o dell’altro) delle varie guerre. Hormuz è quasi sicuramente il nome che verrà in futuro ricordato per indicare non solo una sconfitta americana ma una sconfitta che (a differenza di quella subita in Vietnam negli anni Settanta del XX secolo) indica che il potere americano nel mondo è entrato nella fase discendente della sua parabola. Il blocco di Hormuz durante la guerra, le trattative tutt’ora in corso sulla sua apertura mentre tacciono le armi, nonché il fatto che siano già in tanti i rassegnati all’idea che, d’ora in poi, l’Iran avrà il diritto di imporre un pedaggio alle navi in transito (ripristinando così un uso diffusissimo in tante parti del mondo nei secoli passati) sono il segno di una sconfitta americana, ancora più grave di quelle subite in Vietnam o in Afghanistan. Perché? Perché il controllo sui mari da parte dell’America e, grazie a quel controllo, la sua capacità di garantire la libertà del commercio marittimo sono state, dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi, un fondamentale ingrediente della sua potenza.

La potenza dell’America non dipendeva solo dalla combinazione di un grande arsenale nucleare e dal ruolo dominante del dollaro (la moneta di riserva). Dipendeva anche dal fatto che l’America era la dominatrice dei cieli e dei mari. Potenza militare, potenza economica e una leadership che conveniva a tanti, anche ad alcuni dei suoi nemici dichiarati, erano tutt’uno con il controllo dei cieli e dei mari.
Anche se, plausibilmente, sono dati che non rispecchiavano compiutamente la realtà (molte informazioni erano e sono segrete), ancora nel 2021 si calcolava che l’America disponesse di circa seicentoquaranta (e rotti) basi militari distribuite in 76 Paesi. Una proiezione militare che sarebbe stata impossibile senza il controllo dei cieli e dei mari. Ma non era solo una questione strettamente militare. Grazie a quel predominio la leadership americana era assicurata dal fatto che gli Stati Uniti erano l’unica potenza in grado di garantire la libera circolazione di persone e merci sui mari.
Già l’ascesa cinese aveva inferto un colpo alla capacità americana di dominare i mari. La Cina, da alcuni decenni, sta estendendo il suo controllo, a scapito dei suoi vicini, nel mar della Cina. Ha così dimostrato agli alleati dell’America in quell’area che gli Stati Uniti non possono fermarla. Però la Cina è la superpotenza emergente, quella con cui gli Stati Uniti sono oggi e saranno domani in competizione. Nonostante la sua espansione nel mar cinese spaventi gli Stati vicini ciò di per sé non azzera la credibilità politica e la capacità deterrente americane.

L’Iran non è la Cina , è solo una potenza regionale. Per questo, Hormuz acquista un valore simbolico. Se una potenza regionale come l’Iran, il cui regime è sopravvissuto allo scontro con l’America, può assumere il controllo di una porzione di mare che riveste un ruolo strategico nel commercio mondiale e l’America non è capace di impedirlo, allora è probabile che ci sarà un effetto domino, che anche altre potenze regionali in altri luoghi si faranno avanti per dettare le nuove regole della circolazione sui mari.

I tradizionali nemici europei dell’America possono essere contenti. I più intelligenti fra loro sanno che Trump è il loro migliore alleato. Visto che gran parte delle sue mosse (Ucraina, rapporti con gli alleati storici, eccetera) ha accelerato il declino della potenza internazionale americana, ne ha accentuato l’isolamento. Il ridimensionamento della capacità americana di controllo sui mari è la ciliegina sulla torta. Naturalmente, è inutile tentare di spiegare loro che quel ridimensionamento non dice nulla di buono sul futuro delle relazioni economiche internazionali e quindi anche sulla sorte economica di tanti luoghi, Europa compresa.

Si può concludere con una nota di speranza. Forse l’Iran non riuscirà a imporre il proprio dominio incontrastato su Hormuz. Forse, prima o poi, ci sarà davvero una spedizione (pacifica) guidata dai Paesi europei al fine di garantire la libertà di passaggio dei convogli nello stretto di Hormuz. E forse, se quell’operazione congiunta ci sarà, essa sarà anche un primo passo verso l’autonomia strategica dell’Europa. Un’evoluzione che, venuta meno la protezione americana, molti europei oggi auspicano. Il tempo è galantuomo. Forse un giorno ci permetterà di capire se questo è solo wishful thinking (scambiare i propri desideri per realtà) o qualcosa di più concreto.

2 luglio 2026

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