Un nuovo messaggio dal calcio
Le nazionali ai Mondiali e il valore dell’integrazione. I figli dell’immigrazione protagonisti del calcio europeo
Un nuovo messaggio dal calcio
Aldo Cazzullo | 2 luglio 2026Le nazionali ai Mondiali e il valore dell’integrazione. I figli dell’immigrazione protagonisti del calcio europeo
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C’è una frase che viene detta a mezza voce davanti alla tv, che gira sui social, che ripetono i politici più spregiudicati: il calcio è diventato come l’atletica, uno sport «per neri». Il Mondiale come la finale dei 100 metri olimpica. Non soltanto nove squadre africane sono arrivate ai sedicesimi; le squadre europee sono innervate dai figli dell’immigrazione. A cominciare dalla più forte, la favolosa Francia, favorita per la vittoria finale.
Questo fatto oggettivo si può affrontare in tre modi. Il primo è ignobile e inaccettabile. È quello di Eric Zemmour, capo di un partito di estrema destra dal non casuale nome di Reconquete, Riconquista; per lui e quelli come lui, il Mondiale è uno spot per le loro parole-chiave, sostituzione etnica e remigrazione. Il secondo modo è all’apparenza inattaccabile: non ce ne importa nulla del colore della pelle, basta che la squadra del nostro Paese vinca. Il terzo è forse più realistico, e più costruttivo. Non è vero che l’origine e la storia di ogni persona, calciatori compresi, non contino nulla. Anzi, sono molto importanti. E il fatto che le squadre europee siano sempre più rafforzate dai figli dell’immigrazione è un segnale incoraggiante. È una conferma: l’immigrazione, il tema che ormai domina l’agenda politica di qualsiasi Paese europeo, che decide le elezioni, che determina l’ascesa e la caduta dei leader, può essere affrontata, governata, coniugata con il bene comune. E se oggi accade nel calcio, domani può accadere nelle scuole, nella sanità, nella sicurezza.
Intendiamoci: nessuno può essere giudicato per il colore della sua pelle o per il posto da cui viene; tutti abbiamo gli stessi diritti e gli stessi doveri. Ma provate a dire a un nero americano o africano che la sua origine, la sua storia non sono importanti; si offenderà moltissimo, perché ne va giustamente orgoglioso. Lo stesso vale per un arabo. Generalizzare è sempre pericoloso? Provate allora a chiedere a Kylian Mbappé se per lui è importante o no essere figlio di un immigrato dal Camerun e di un’algerina. Lo hanno già fatto, e non in questo Mondiale; quando aveva dodici anni. È un video che gira sui social. Il piccolo Kylian mette su un’espressione che più orgogliosa di così non si può, e risponde: «A parte Platini e Cantona, il meglio del calcio francese è sempre stato arabo e nero».
Zemmour dice al contrario che la Francia di America 2026 non rappresenta la Francia tutta intera, ma solo quella «nera e araba delle banlieues, dove i giovani musulmani cacciano i giovani bianchi dai campi di calcio». E rimpiange «la squadra più forte di tutti i tempi, la Francia del 1982, per cui ho trepidato da ragazzo». Qualcuno gli ricordi che Jean Tigana veniva dal Mali — «mio padre era africano, musulmano e gollista» ha ricordato con orgoglio; ecco un altro convinto che le radici siano importanti —; Marius Trésor era antillano; Bernard Genghini, Jean-Marc Ferreri, il portiere Jean-Luc Ettori e l’immenso Michel Platini erano di origine italiana; Manuel Amoros, Luis Fernandez e il ct Michel Hidalgo di origine spagnola. Anche la Francia idolatrata da Zemmour era figlia dell’immigrazione; e gli immigrati italiani all’inizio furono trattati anche peggio di quelli maghrebini e africani, subirono linciaggi da decine di morti come ad Aigues-Mortes in Provenza. E poi il calciatore più rappresentativo della storia francese fino a quel momento, Raymond Kopa, si chiamava in realtà Kopaszewski ed era nipote di minatori polacchi. Non si tratta, in ogni epoca, di contrapporre la «vera Francia» cara alla destra e la «nuova Francia» cara alla sinistra; meglio dire Francia, e basta.
Ovviamente ogni opinione è legittima. Ad esempio, Barack Obama era convinto che la sua origine non fosse così importante. In un celebre intervento disse in sostanza: non conta il fatto che io sarò il primo presidente afroamericano; contano le novità che porterò. I suoi avversari non la pensavano così. Ma se John McCain nel discorso in cui riconobbe la sconfitta — il miglior discorso politico del ventunesimo secolo — disse «ora Obama è il mio presidente, ed è un grande passo in avanti per il nostro Paese», uno storico finanziatore democratico fece il suo ingresso in politica sostenendo che Obama non poteva essere presidente, in teoria perché non era nato negli Stati Uniti (cosa falsa), in realtà perché non era bianco. Si chiamava Donald Trump.
Quando la Francia vinse il suo primo Mondiale nel 1998, molti storsero il naso. Jean-Marie Le Pen attaccò Karembeu perché non cantava l’inno; ma quando gli chiesi un’opinione su Zidane mi disse che gli piaceva molto, anche perché non era arabo ma kabilo e aveva dato ai figli nomi cristiani (i figli Zidane si chiamano Enzo, Luca e Théo; all’epoca non era ancora nato il quarto, che porta il nome biblico di Elyaz. Tutti hanno fatto i calciatori). Alain Finkielkraut — figlio di ebrei polacchi sopravvissuti ad Auschwitz, maoista nel Sessantotto, ora considerato di estrema destra — obiettò che non si riconosceva appieno in quella Nazionale; fu massacrato. Oggi, che l’ex Fronte Nazionale è alla soglia del potere, non accadrebbe più.
In Spagna alle prossime elezioni vincerà la destra del partito popolare e di Vox, il partito di Santiago Abascal, che propugna l’iberosfera. In sintesi: benvenuti ai latinos, che sono cattolici e parlano spagnolo; fuori dai piedi maghrebini e africani. Con questo criterio, Lamine Yamal, figlio di un marocchino e di un’africana della Guinea, non dovrebbe giocare in Nazionale. Ma chi glielo dice ai tifosi?
Forse, se l’Italia per la terza volta ha fallito la qualificazione ai Mondiali, è anche perché non ha saputo attingere al potenziale dei nuovi italiani. È un pallino del nuovo capo del nostro calcio, Giovanni Malagò. Negli altri sport, dall’atletica alla pallavolo, è accaduto; e i risultati sono straordinari. Perché nel calcio non ancora? C’è stato Mario Balotelli, grande promessa incompiuta; ma era il figlio adottivo di una famiglia borghese di Brescia. Cosa aspettiamo ad aprirci ai figli dell’immigrazione? Vale per il calcio come per gli altri settori della vita sociale; poliziotti e carabinieri, ad esempio, non lavorerebbero meglio in certi quartieri difficili se avessimo più neri e arabi in divisa?
Non sarà facile. Camminiamo tutti in una terra incognita. Faremo errori. Imboccheremo strade sbagliate. L’integrazione non si fa in un giorno, e non è mai riuscita per sempre. Se i pronostici saranno rispettati e la Francia vincerà il Mondiale (ma deve resistere Adrien Rabiot, l’unico che difende a centrocampo), si temono gli incidenti che scoppiano a ogni vittoria del Psg: l’ultima Champions è costata un morto. Ma l’integrazione è come il futuro; non lo determiniamo, eppure è l’unico posto in cui possiamo andare.
2 luglio 2026
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