Meritocrazia
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Giovedì 2 luglio 2026
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Meritocrazia

di Maria Angela Robustelli

Mia madre mi ha insegnato a parlare poi a leggere e senza mai vacillare, neanche di fronte a situazioni obbiettivamente catastrofiche, a credere stoicamente nel lieto fine.
Sebbene il primo libro illustrato che mi regalò a tre anni - II pesce e la sua mamma , pubblicato da Editrice La scuola nel 1987 - fosse di una tristezza intrinseca e sconcertante.
La storia era quella di un piccolo pesciolino che si allontana dalla mamma e si perde nel mare. Durante il viaggio incontra diversi abitanti degli abissi, chiede aiuto e scopre che ognuno vive felice con la propria famiglia.
Dopo un po’ di paura e molte avventure, il pesciolino riesce a ritrovare la sua mamma e finalmente, nelle ultime, sofferte pagine con delle dolcissime illustrazioni dai colori sgargianti, i due si riabbracciano teneramente come solo dei pesciolini sanno fare, e cioè vorticando con le pinne disegnate come dei piccoli veli di organza.
Il messaggio era quello della sicurezza dell’amore materno e del valore di esplorare il mondo senza dimenticarci di chi possiamo essere se non ci lasciamo vincere dalla paura e se qualcuno ci vuole bene. Certo.
Ma una foto dell’epoca, che mi immortalava sola, seduta sulle scale di una casa al mare a Ischia, col libro in una mano e nell’altra, un consolatorio gelato twister Eldorado, gusto vaniglia e cioccolato, che mi gocciolava sui piedini abbrustoliti dal sole e dall’abbronzatura a strisce per i segni visibili delle scarpe. La dice lunga su come questa prima lettura, avesse colpita e quanto avrebbe influito sul mio avvenire. Ero a pezzi.
A suo modo, mia madre mi ha insegnato, più di ogni altra cosa, a credere in me stessa.
Ovviamente questo si è tradotto negli anni, in tanti cazzotti sui denti presi con disinvoltura, un pizzico di disperazione quotidiana e un discreto numero di delusioni, che devo dire, mi hanno resa una che, alle brutte, non ha paura di dire quello che pensa o peggio, quello che prova - anche perché mi si legge in faccia - e che quando la situazione lo richiede, che sia una causa persa oppure no, opta sempre per l’andare fino in fondo.
E questa dovrebbe considerarsi a mio avviso, in testa nella top five di quelle algoritmiche, machiavelliche, strategiche quanto inquietanti smart skills , oggi tanto richieste nel mondo del lavoro, tipo la strategic invisibility , l’ice breaking , la learnability , l’AI fluency o il tanto famigerato problem solving ma che ha un prezzo alto da pagare. Il coraggio.
Acquisito dopo un intenso Master in Capire fino in fondo chi sei e quali sono i tuoi limiti e poi, una volta riconosciuti, trasformarli nel tuo un punto di forza.
Per chi come noi viene dalla classe media e lavoratrice, che ha frequentato la scuola e l’università pubblica, sistema mutilato prima dalla Riforma Moratti e affossato definitivamente da quella Gelmini, che non ha avuto la possibilità di studiare all’estero ma che ha imparato le lingue direttamente sul campo di battaglia Erasmus, dove o impari a parlare o muori di stenti e malattia, quelli che i Master in Cattolica, in Bocconi o per il mio campo, alla Juilliard School di New York, gotha privato e costosissimo della formazione artistica internazionale, non se li possono permettere, l’unico vantaggio competitivo è trasformare questa kryptonite sociale in superpotere esistenziale, fatto d’intelligenza emotiva, creatività e determinazione, fiduciosi e consapevoli che il nostro percorso non è mai stato e non sarà mai battuto da qualcun altro. È il nostro e basta.
Fu il sociologo britannico Michael Young nel 1958 - anno di nascita di mia madre, quando si dice il caso - a coniare la parola meritocrazia , nel suo libro satirico L’avvento della meritocrazia , che profetizzava come una società basata esclusivamente sul QI + Sforzo , avrebbe creato una nuova, spietata forma di divisione di classe.
Da allora il dibattito sui limiti del merito si è ampliato a macchia d’olio nel mondo, tra filosofi, sociologi, economistici, figure accademiche e persone in fila per i concorsi o davanti al triangolo delle Bermuda dei siti istituzionali, inasprendo sempre di più i toni.
La sociologa e saggista italiana Chiara Volpato, per esempio, ha definito la meritocrazia un’illusione che non può funzionare in contesti caratterizzati da profonde divisioni tra le classi sociali, analizzando come dall’impatto psicologico e sociale del mito meritocratico, emerga la sterile retorica del lavorare sodo che non tiene conto delle disuguaglianze di partenza.
Che in altre parole, significa che non si può parlare di capacità e meriti senza prima garantire l’uguaglianza sostanziale delle opportunità.
Nel suo best-seller La tirannia del merito , il filosofo politico di Harvard, Michael Sandel, scrive che la meritocrazia umilia chi è rimasto indietro. Mentre l’economista di Yale, Daniel Markovits, ha definitivamente spinto l’acceleratore della rabbia sociale definendo senza mezzi termini la meritocrazia una vera e propria trappola che esclude le classi medie, avvantaggiando l’élite.
Tutto questo sembrava sopito nei miei pensieri l’altra sera, quando dopo il teatro decisi di fermarmi a prendere un kebab vegetariano da Aladin , in Via Sant’Anna dei Lombardi.
Al bancone Moataz detto Mimmo, di origini marocchine, nato a Napoli, poco più di vent’anni e una passione spasmodica per i libri di macroeconomia. Mamma marocchina e papà napoletano che lavora in una piccola autofficina di quartiere.
Mi racconta di essere iscritto da due anni alla Facoltà di Economia della Federico II che riesce a pagarsi con piccoli lavoretti; è uno studente brillante.
Quando gli ho chiesto quale credeva fosse il suo asso nella manica per realizzare il suo sogno di lavorare a Londra nell’alta finanza, lui mi ha risposto, Capisco il valore delle cose e delle persone prima degli altri , continua pesando bene le parole, e se qualcuno all’università o nella vita di tutti giorni tende a sminuire il mio di valore, magari senza farlo apposta o qualche volta di proposito, gli chiedo di ricominciare tutto da capo. Io ricomincio, pronunciando bene, per prima cosa, il mio nome e cognome.

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