Le antiche cronache del Palio di Siena tra le pagine dei viaggiatori stranieri
Tra le pagine dei viaggiatori stranieri incantati da cortei, cavalli e fantini. E l’elogio di Siena, luogo dove sarebbe più dolce abitare e non solo breve tappa del Grand Tour
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Le antiche cronache del Palio di Siena tra le pagine dei viaggiatori stranieri
di Roberto BarzantiTra le pagine dei viaggiatori stranieri incantati da cortei, cavalli e fantini. E l’elogio di Siena, luogo dove sarebbe più dolce abitare e non solo breve tappa del Grand Tour
Via via che procede nel Palio l’inarrestabile modernizzazione, che fa storcere la bocca a tanti, vien voglia di rileggere testimonianze sulla festa che illuminino usi e percezioni del tempo che fu. E non c’è di meglio che carpirle da pagine di acuti viaggiatori stranieri.
Il nostro breve viaggio comincia dal ‘700, allorché il Palio già trasferitosi nel Campo, era preceduto da un solenne e di continuo reinventato corteggio. Non che fosse caduto in disuso il corteo processionale che rendeva omaggio all’Assunta né il Palio che si scatenava lungo le vie della città, ma senza dubbio il 16 agosto e il 2 luglio il Campo diventata teatro, impreziosito da carri mitologici e allegorie classicheggianti.
Il primo dei visitatori che registrarono con penetrante curiosità la celebrazione fu Michel Guyot de Merville (1696-1753) che si trattenne a Siena dal giugno 1717 al 1718. Figlio del maestro di posta di Versailles, fu autore di descrizioni puntualissime che culminarono in un Voyage historique d’Italie (1729), vero e proprio capostipite di questo tipo di letteratura. Della festa non si perse nemmeno i preparativi e assisté il 29 giugno all’assegnazione a sorte dei cavalli che allora si svolgeva preso il Palazzo dei Diavoli fuori porta Camollia. Il giovane Michel si trovò subito a suo agio ed entrò in contatto con le famiglie più potenti e famose. Della festa non si perse nemmeno i preparativi e assisté il 29 giugno all’assegnazione a sorte dei cavalli che allora si svolgeva preso il Palazzo dei Diavoli fuori porta Camollia.
Viene colpito dall’amore immediato che il cavallo suscita presso i contradaioli: «È davvero curioso — scrive — vedere qualcuno con una bottiglia in mano accarezzare il cavallo e bere alla sua salute e a quella del cavaliere». Da spettatore rapito dalla fastosa eleganza del corteo e dalla furiosa contesa della carriera non esita a dire che la gara gli appare «una delle più belle che si possano vedere».
E se la prende con gli italiani, che inseriscono nelle loro feste dediche di carattere religioso: «Non contenti di erigere altari, celebrare messe, cantare vespri, fare uffizi, inventare nuove preghiere, far ardere ceri, offrire ex-voto, costruire chiese, stabilire giorni per solennizzare la nascita o la morte di qualche santo» non rinunciano a farne protettore della loro piccola patria. Conclusa la corsa, il pubblico che si era accalcato nella conchiglia esplode in gridi tumultuosi, protagonista diviene il cavaliere vittorioso: «Ciascuno si dà da fare per abbracciarlo, baciarlo, fargli mille carezze».
Sembra una fotografia scattata oggi. Ai suoi occhi sopravvivevano forme ereditate da un idealizzato Rinascimento. «Anche dove raffigurano le cose sacre — ha scritto Johan Huizinga in Homo ludens — l’elemento forzatamente estetico si fa avanti con tanta indiscrezione che a noi moderni costa fatica apprezzare un tal modo di esprimere il tema come una spontanea attuazione di un impulso religioso».
Notazioni anche più stuzzicanti si rinvengono dal secondo degli autori che ripesco da uno scaffale zeppo di volumi di viaggiatori. Nessuno le ha mai citate, ma le Curiosités et anecdotes italliennes (Bruxelles 1843) di M. Valéry meritano di essere tratte dall’oblio. M.Valéry è lo pseudonimo di Antoine-Claude Pasquin Valéry (1789-1847), un francese bibliotecario della reggia di Versailles, innamorato delle città italiane. Linguacciuto e drastico, ha accenti di sincera lode per Siena alla quale scrive «i viaggiatori hanno spesso il torto di accordare che poche ore», mentre secondo lui è uno dei luoghi dove sarebbe più dolce abitare.
Assiste al Palio d’agosto del 1834. Il Campo gli appare uno spazio che simboleggia una piazza democratica e repubblicana. I senesi sono ai suoi occhi degni di discendere, come sostengono, dagli antichi romani. «Quando i cavalli — osserva — si lanciarono a fare tre volte il giro della piazza, tutte le antiche passioni italiane sembrarono accendersi e fremere come nei giorni più tempestosi della Repubblica». Da accorto politico qual era aggiunge che questo entusiasmo attestava: «un prodigieux ressort chez une nation douée de telles impressions, et il ne s’agirait que de le diriger». È chiara e la percezione degli slanci risorgimentali che permeavano allora il rito senese.
Questa laica disposizione civile, esalta a scapito di una corsa che gli sembra «quelque chose de très-médiocre». Assenti i cavalli di razza superiore oppure mezzosangue, ci si affidava a selvaggi ronzini maremmani e i fantini non erano mestieranti. Il fuoco agonistico della celebrazione era sottovalutato: il contrario di quello che oggi avviene. Con un salto di un secolo, conviene soffermarsi su un protagonista della letteratura novecentesca: Aldous Huxley (1894-1963) che al Palio dedicò un capitolo in Along the road (1925). Lungo la strada Huxley scorge nel Palio tratti di modernità che rompono con il passato. I paggi, pur abbigliati come quelli degli affreschi del Pinturicchio, hanno eleganti movimenti degni di una ribalta per i balletti russi di Djagilev. Non gli importa nulla che sia «la corsa in piano più pericolosa del mondo» e rimprovera, da pacifista senza riserve, l’«eccessivo patriottismo delle contrade rivali».
Il drappellone, su cui oggi esplodono diatribe a non finire, gli pare fuori tono rispetto allo stile prevalente del corteo. Con Huxley siamo già sulle soglie di una frenetica modernità. La tradizione è spinta verso un futuro che sa più di creativo dinamico futurismo che di iconica devozione gotica. Tre autori tra i molti di un’antologia che occorrerà compilare per capire meglio come il Palio si sia modulato nel tempo e perché giovi custodirne con cura i depositi che lungo il cammino ha conservato. Visibili solo a chi abbia uno sguardo in grado di vedere oltre l’ovvia impaginazione del mainstream standardizzato per turisti.
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2 luglio 2026
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