Una vita tra i film, il trentino che insegna Cinema all'università di Yale: «Pur di andare alla Mostra di Venezia dormivo in spiaggia. Un regista che mi ha cambiato? Godard»
Corriere della Sera - Cultura

Una vita tra i film, il trentino che insegna Cinema all'università di Yale: «Pur di andare alla Mostra di Venezia dormivo in spiaggia. Un regista che mi ha cambiato? Godard»

Mercoledì 1 luglio 2026
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Il trentino Francesco Casetti sarà uno dei giurati della Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia. «Il primo film che vidi fu Biancaneve ma mi buttarono fuori perché urlavo. Una volta provai a fare il regista: un disastro»

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Una vita tra i film, il trentino che insegna Cinema all'università di Yale: «Pur di andare alla Mostra di Venezia dormivo in spiaggia. Un regista che mi ha cambiato? Godard»

di Sara D'Ascenzo

Il trentino Francesco Casetti sarà uno dei giurati della Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia. «Il primo film che vidi fu Biancaneve ma mi buttarono fuori perché urlavo. Una volta provai a fare il regista: un disastro»

Alzi la mano chi può vantare un esordio nella sala cinematografica potente quanto il suo: «Il primo film lo vidi a Riva del Garda. Era Biancaneve e i sette nani della Disney. Avevo cinque anni e fui espulso dalla sala e invitato a uscire perché gridavo, specialmente alla sequenza della mela avvelenata: “No, no, non prenderla!”. Il padrone chiese a mia mamma di portarmi fuori. Uscii esaltato, scappai dalla mano della mia mamma e ho ancora il ricordo di un camion che si ferma davanti a me». Ed è proprio da questo ricordo - che somiglia allo Spielberg di The Fabelmans - che il trentino Francesco Casetti, classe 1947, fa risalire la sua decisione di dedicare la sua vita alla Settima Arte. Semiologo, critico cinematografico e televisivo, autore di numerosi saggi sul cinema e sui media, Casetti è Sterling Professor of Humanities and Film and Media Studies alla Yale University. Tra due mesi sarà chiamato a un compito arduo: quello di membro della giuria internazionale della 83esima Mostra d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, arruolato a decidere Leone d’Oro e tutto il Palmares veneziano dal 2 al 12 settembre al Lido.

Casetti, la giuria annovera registe, registi, un compositore e lei. Che cosa ha pensato quando è arrivata la chiamata?
«Con Alberto Barbera, direttore della Mostra, ci conosciamo da una vita. Siamo amici. Sono rimasto stupito dalla proposta ma ho anche provato un grande orgoglio, lo ammetto. Sono una persona che ascolta e che fa parlare gli altri. Forse era questo quello che cercavano».

Perché è diventato teorico del cinema e non regista?
«Perché a diciott’anni ho girato un film in 8 millimetri su mio nonno e la sua vita a Calceranica così brutto, ma così brutto che mi è costato la carriera da regista! In un’inquadratura in particolare, nella scesa tra la nuova chiesa e la chiesa di Sant’Ermete, ho fatto un taglio talmente orribile che ho giurato che non avrei più preso in mano una macchina da presa».

È stato uno di quegli studenti che andava alla Mostra di Venezia dormendo in spiaggia?
«Direi proprio di sì. Il mio rapporto con Venezia inizia quando da studente universitario comincio a frequentare la Mostra come spettatore dormendo in luoghi improbabili, incontrando la gente più strana e affascinante in spiaggia, per strada. Perché allora il Festival, per noi, era un Festival di prossimità come in realtà Venezia non è mai stato rispetto ad altri più piccoli. Venezia e Pesaro sono stati i due posti dove ho imparato a capire il cinema».

Un film passato a Venezia impresso nella sua memoria?
«Ho avuto grandi rivelazioni da Venezia. Sembra un’altra era glaciale, ma lo stupore che ho provato a vedere Artisti sotto la tenda del circo: perplessi di Alexander Kluge nel 1968 non si può dimenticare. Io appartengo a una generazione per la quale il cinema ha cambiato il modo di vedere il mondo. A diciott’anni entravo in sala a vedere i film di Godard e uscivo diverso. Non so se succeda ancora, ma è quello che ho detto al fisico Michel Henri Devoret, premio Nobel per la Fisica nel 2025, quando a Yale abbiamo tenuto un corso insieme, il più stimolante che abbia mai fatto, su come sia arte che scienza moderne hanno cambiato la nostra percezione della realtà».

Prima di Venezia nella sua formazione c’è stata Trento.
«Non posso non pensare al Cineforum che mi chiesero di organizzare i preti trentini nel ‘62-’63 al Cinema Dolomiti, che ahimè non esiste più, dove cominciammo a presentare film anche contrastati. Mi ricordo che don Ermanno, il padre spirituale del gruppo che organizzava il Cineforum, alla vista di L’anno scorso a Marienbad di Resnais si alzò e disse: “Per me è come un incubo dopo aver mangiato troppa polenta”. E io mi ribellai e dissi: “No, non è vero, non mettiamola così banalmente”. Era insieme la possibilità per me, liceale, di presentare i film, e per le ragazze di uscire per la prima volta, perché per le mamme il Cineforum era un luogo protetto. Per noi che lo organizzavamo, penso a Gianluigi Bozza, era anche un atto di liberazione».

Ne parla con nostalgia.
«Ho grande nostalgia di quel modo di vivere il cinema e mi dispiace immensamente che il Cinema Dolomiti sia chiuso: lì si poteva entrare al secondo tempo e poi rivedere tutto il film. Ho nostalgia di questo modo di vedere i film oggi proibito e di quegli anni incredibili, di formazione e di autoformazione. Mi ricordo quando presentai Gigi di Minnelli ai miei coetanei dicendo: “Attenzione, non è soltanto un musical, è l’opera di un grande regista”».

Che cosa pensa del cinema italiano di oggi?
«Ci sono dei film italiani fatti da una nuova generazione che sta emergendo, con esiti strani, che non ci si aspetta. Compreso Vermiglio della bolzanina Laura Delpero, che non è affatto L’albero degli zoccoli 2. E nemmeno un film consolatorio. Mi verrebbe da dire che come sguardo è più vicino a quello di una mia collega di giuria, Shahrbanoo Sadat. C’è una dimensione di internazionalità in questa nuova generazione di registi italiani».

Ha visto «After the Hunt» di Guadagnino, dedicato al politicamente corretto e ambientato proprio a Yale?
«La comunità di Yale non si è riconosciuta in questo film. Le cose sono più complicate. Ci sono dei film che rappresentano dei piccoli terremoti individuali che colgono meravigliosamente e dei film che vogliono fotografare dei terremoti sociali e non ne colgono la finezza. Se mi chiede come mi trovo oggi con i miei studenti direi che è una questione di tatto, non di voce».

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1 luglio 2026 ( modifica il 1 luglio 2026 | 12:11)

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