Proteggere i minori non è censura
Social media: il cervello in sviluppo è più sensibile a ricompense immediate, pressione dei coetanei e ricerca di approvazione sociale
Proteggere i minori non è censura
Stefano Vicari | 30 giugno 2026Social media: il cervello in sviluppo è più sensibile a ricompense immediate, pressione dei coetanei e ricerca di approvazione sociale
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La discussione sul possibile divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni ha il merito di aver portato all’attenzione dell’opinione pubblica un tema che non può più essere considerato marginale. Non stiamo discutendo soltanto di tecnologia, libertà individuali o abitudini digitali. Stiamo discutendo della salute mentale e dello sviluppo delle nuove generazioni.
Negli ultimi anni smartphone, social network e piattaforme digitali sono diventati l’ambiente quotidiano in cui i ragazzi crescono, costruiscono relazioni, cercano riconoscimento e definiscono la propria identità. Non sono semplici strumenti di comunicazione. Sono luoghi di vita.
Nessuno sostiene che internet sia la causa unica dell’aumento di ansia, depressione, autolesionismo, disturbi alimentari o ritiro sociale osservato negli adolescenti. La sofferenza psicologica nasce sempre dall’interazione tra fattori biologici, familiari, educativi e sociali. Tuttavia sarebbe altrettanto sbagliato ignorare il ruolo che un’esposizione precoce, intensa e non regolata ai social media può avere nell’amplificare vulnerabilità già presenti. La letteratura scientifica più recente indica infatti associazioni significative tra uso problematico dei social, sintomi depressivi e ansiosi, peggioramento del sonno, difficoltà attentive e maggiore rischio di dipendenza comportamentale.
Non si tratta, quindi, soltanto di una questione educativa, ma anche di salute pubblica. L’aumento dei casi di dipendenza da internet e dei disturbi della salute mentale associati a un uso precoce e non regolato dei social media rende necessario affiancare all’azione delle famiglie e della scuola strumenti normativi adeguati alla realtà digitale in cui crescono i nostri ragazzi.
L’esperienza clinica ci mostra ogni giorno adolescenti che dormono meno, faticano a concentrarsi, vivono in uno stato di confronto permanente con gli altri e misurano il proprio valore attraverso like, follower e approvazione sociale. Il problema non riguarda soltanto il tempo trascorso davanti allo schermo, ma la funzione che quello schermo assume nella vita di una ragazza e di un ragazzo. Quando diventa il principale strumento per regolare emozioni, combattere la noia, affrontare la solitudine o cercare conferme sulla propria immagine, il rischio aumenta in modo significativo.
Particolarmente delicato è il tema dell’età. Non è la stessa cosa che un social network venga utilizzato da un sedicenne o da un bambino di dieci anni. Il cervello in sviluppo presenta una maggiore sensibilità alle ricompense immediate, alla pressione dei pari e alla ricerca di approvazione sociale. Proprio per questo gli strumenti digitali risultano particolarmente potenti durante l’età evolutiva.
Per queste ragioni una regolamentazione intelligente dell’accesso ai social media non dovrebbe essere interpretata come una limitazione della libertà individuale, ma come una misura di protezione analoga a quelle che la società già adotta in altri ambiti della vita dei minori. Nessuno considera una privazione il divieto di guidare un’automobile a dodici anni o di acquistare alcolici durante l’infanzia. Allo stesso modo è legittimo interrogarsi sull’opportunità di lasciare senza regole l’accesso a piattaforme progettate per catturare attenzione e massimizzare il tempo di permanenza online.
Naturalmente una legge, da sola, non basta. Nessuna norma può sostituire la responsabilità educativa di genitori, insegnanti e comunità. Ma una buona legge può sostenere il loro lavoro, offrendo un quadro di tutela coerente con ciò che oggi sappiamo sullo sviluppo del cervello, sulla vulnerabilità dell’età evolutiva e sui rischi associati a un accesso troppo precoce e non accompagnato al mondo digitale.
La questione, in fondo, non riguarda la tecnologia ma gli adulti. Riguarda la nostra capacità di riconoscere che bambini e adolescenti hanno diritto a una crescita protetta, non perché fragili, ma perché ancora in formazione. Ogni società decide cosa vale la pena tutelare. Oggi siamo chiamati a decidere se la salute mentale, il sonno, le relazioni, l’attenzione e il benessere delle nuove generazioni meritino la stessa protezione che riserviamo ad altri aspetti della loro crescita.
Se davvero crediamo che i ragazzi rappresentino il nostro futuro, dobbiamo avere il coraggio di assumerci fino in fondo la responsabilità di proteggerli anche nell’ambiente digitale. Educare significa accompagnare gradualmente verso l’autonomia, non lasciare soli bambini e adolescenti davanti a strumenti progettati per catturare attenzione e influenzare comportamenti. La tutela della crescita non è un gesto paternalistico né una rinuncia all’innovazione. È uno dei compiti più importanti che una comunità adulta possa assumersi nei confronti delle nuove generazioni.
* Ordinario di Neuropsichiatria Infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e direttore presso l’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma
30 giugno 2026
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