Quando l’arte è citazione: al Mart di Rovereto una mostra di cover, da Giorgio de Chirico a Andy Warhol
L'esposizione racconta in 150 opere forme e temi che si ripetono
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Quando l’arte è citazione: al Mart di Rovereto una mostra di cover, da Giorgio de Chirico a Andy Warhol
di Chiara MarsilliL'esposizione racconta in 150 opere forme e temi che si ripetono
Mona Lisa Smeared in Cream, opera di Ai Weiwei
Nessuna opera d’arte nasce dal nulla, fine a se stessa. Ogni creazione è un campo di forza, un luogo di tensioni in cui si incontrano e si scontrano memorie consce e inconsce, personali e collettive, legate all’ambiente in cui gli artisti sono nati e si sono sviluppati. Partendo da questa premessa, il Mart di Rovereto inaugura la sua stagione estiva con Di quadro in quadro. L’arte della citazione (fino al 1 novembre), mostra nata da un approfondito studio della curatrice Daniela Ferrari. A sei mesi dall’insediamento, la direttrice Micol Forti presenta un progetto culturale «made in Mart» che affronta un tema particolare, capace di tradursi in un percorso accessibile anche a chi non ha esperienza d’arte contemporanea, senza mai perdere l’alto livello qualitativo che contraddistingue il Mart. Un progetto realizzato grazie a molte opere della collezione del Museo, accanto a prestigiosi prestiti.
Concepita con un andamento graduale, all’inizio più rarefatta e concettuale, poi via, via più colorata, densa e pop, la mostra si articola in otto sezioni attraverso 150 opere e quasi 80 artisti, da Umberto Boccioni a Andy Warhol, da Giacomo Balla a Giorgio Morandi, passando per Giorgio de Chirico, Michelangelo Pistoletto, Renato Guttuso e molti altri. Un percorso sviluppato attorno all’idea che la storia dell’arte possa essere letta come una suggestiva e continua sequenza di cover. «Già Van Gogh in una lettera al fratello Theo lamentava con amarezza il mito dell’originalità richiesto agli artisti - ricorda Micol Forti -. “Per me copiare è tradurre in un’altra lingua”, scriveva, rivendicando la possibilità di agire come un musicista e di interpretare alla propria maniera un’opera creata da altri».
Forme e temi del passato attraversano il tempo e si rinnovano continuamente, sia in chiave di omaggio e citazione sia sotto forma di contrasto e rifiuto. «Come ogni persona che si occupa di storia dell’arte sa - ricorda la curatrice Daniela Ferrari - tutta la storia dell’arte è un continuo riferimento a opere preesistenti. Anche i futuristi quando scrivono nel loro manifesto che “un automobile ruggente è più bella della Nike di Samotracia”, per segnare il proprio percorso ricorrono alla citazione per contrasto». In questo gioco di specchi, memorie e sguardi, a essere chiamato in causa è il punto di vista di visitatori e visitatrici. «I quadri sembrano chiamarci, chiedendoci di essere guardati in modo diverso - spiega ancora Ferrari -. Visitando questa mostra riconosciamo in noi gli stessi meccanismi di artiste e artisti. La nostra chiave di lettura è influenzata da meccanismi di percezione e familiarità visiva, griglie interpretative figlie del contesto in cui si è sviluppato il nostro gusto. Le opere della nostra collezione collocate in questa esposizione possono quindi essere lette in modo diverso, ri-viste».
Dal dialogo serrato tra i maestri del primo Novecento e l’antico, evidente nella copia da Raffaello di Giorgio de Chirico o quella da Correggio di Virgilio Guidi, fino al dispositivo del “quadro nel quadro”, la mostra documenta come l’atelier d’artista sia sempre stato un luogo di riflessione e tributo verso grandi modelli di riferimento. Pittori come Felice Casorati, Filippo de Pisis e Renato Guttuso inseriscono espliciti richiami ai capolavori del passato o alle loro opere, trasformando la superficie pittorica in una complessa stratificazione di memorie visive. Con l’avvento della fotografia prima e della cultura pop poi, il concetto di riproducibilità tecnica analizzato da Walter Benjamin si amplifica, scardinando l’idea tradizionale di unicità dell’opera.
La mostra mette in luce questo passaggio cruciale attraverso i lavori di autori contemporanei come Giulio Paolini, Luigi Ontani e Francesco Vezzoli, la cui ricerca si fonda sull’appropriazione e sul gioco ironico dell’identificazione con il maestro del passato. L’esposizione tocca infine la contemporaneità e i linguaggi dei mass media, nei quali immagini intramontabili come la Monna Lisa o le Veneri iconiche cedono il passo, o si fondono con i miti del cinema, o vengono inglobate nei meccanismi di consumo e produzione di massa, secondo una linea che va dalla rivoluzione pop di Andy Warhol alle provocazioni concettuali di Piero Manzoni.
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13 giugno 2026 ( modifica il 13 giugno 2026 | 18:51)
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