«Umberto», il ristorante dei presidenti, compie 110 anni
Corriere della Sera - Cultura

«Umberto», il ristorante dei presidenti, compie 110 anni

Sabato 13 giugno 2026
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Ai tavoli di Chiaia si sono accomodati, tra gli altri, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Durante il Regno ci andava, incongnito, la regina Elena. Tanti gli illustri frequentatori da Renato Cacciopoli a Gianni Morandi

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«Umberto», il ristorante dei presidenti, compie 110 anni

di Gimmo Cuomo

Ai tavoli di Chiaia si sono accomodati, tra gli altri, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Durante il Regno ci andava, incongnito, la regina Elena. Tanti gli illustri frequentatori da Renato Cacciopoli a Gianni Morandi

Un festeggiamento sobrio, nel giorno di Sant’Antonio, per celebrare centodieci anni di storia. Oggi, ai clienti e agli abitanti di Chiaia saranno distribuiti i tradizionali panini ottenuti con il loro lievito madre e benedetti da monsignor Enrico Ferrara. Si riporterà così in vita una tradizione interrotta alla metà degli anni Settanta. Il ristorante e pizzeria Umberto in via Alabardieri da oltre un secolo è il salotto buono del salotto buono napoletano. Ed è sempre saldamente nelle mani della famiglia Di Porzio. 

Fu fondato nel 1916 da Umberto, che, proveniente da Posillipo, dove il padre possedeva una masseria, decise di aprire una trattoria in centro. Per precisione, in un documento dell’epoca si menziona l’attività di bottiglieria. 

L’offerta consisteva in pratica in quella dei classici “vini e cucina”. Solo nel 1926, esattamente un secolo fa, furono sfornate le prime pizze. Che, da allora, rappresentano un altro imprescindibile asset del locale.

Nel 2004 per Umberto arrivò un ambito riconoscimento: fu inserito nel prestigioso elenco dei Locali Storici d’Italia. In tutto lo Stivale sono all’incirca 200 i soci dell’esclusivo club. 

Ora sul ponte di comando c’è Massimo Di Porzio, figura di spicco anche della politica associativa di categoria. Con lui, sempre della terza generazione fanno parte anche le sorelle Roberta e Lorella, ma contributi preziosi arrivano anche da Linda, che come svolge in primis la professione di architetto. E poi già si affacciano nel locale i rappresentanti della quarta generazione: Lorenzo, Luca, Jimmy, Riccardo, Alessandra e Giulia. 

«Al di là del ruolo più o meno attivo nel ristorante - spiega Massimo - il locale è stato sempre vissuto come un affare di famiglia, un vanto per tutti. E forse la nostra forza è proprio questa».

E come tutti gli ultracentenari, anche Umberto ha alle spalle tante storie da raccontare. Ha ospitato personaggi che hanno fatto la storia di Napoli e dell’Italia. Si racconta che perfino la regina Elena, negli anni Venti e Trenta abbia frequentato più volte il locale. E, naturalmente, per comprensibili motivi, le visite avvenivano nel più stretto riserbo. Proprio per questo non ne è rimasta traccia. 

Tantissimi invece i frequentatori illustri comprovati che in questi centodieci anni si sono accomodati ai tavoli di Umberto. Tanto per riferirsi all’ambito politico, ci sono stati due presidenti della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Sempre in ambito istituzionale, Mario Monti e Silvio Berlusconi. Lo frequentava con una certa assiduità il matematico Renato Caccioppoli. 

E tanti personaggi del mondo dello spettacolo da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia a Domenico Modugno, da Gianni Morandi (nella foto a lato) a Renato Zero, che ci è stato recentemente. E ancora, in ordine sparso, Carlo Petrini, Bianca Berlinguer, Valerio Mastrandrea, Arisa, Massimo Cacciari, Carlo Cottarelli, Fabrizio Gifuni. Tutti pronti a dare soddisfazione allo chef Guido Manco e al suo vice Crescenzo Pasquariello.

Tra le attività storiche la pratica de la cosiddetta trafica del vino, cioè della scelta e dell’approvvigionamento dello sfuso da servire ai proprio ospiti. Se ne occupava il padre di Massimo che, essendo dotato di un olfatto molto fine, era incaricato di analizzare in loco il contenuto delle botti di Lettere e Gragnano per selezionare i migliori. Di Porzio si sbilancia sulla prospettiva.


 «Come immagino il futuro? Spero in continuità. Fino agli anni Novanta la ristorazione era più internazionale. Non si servivano piatti di tradizione, perché quella era la cucina di casa. Si proponevano piatti come la carbonara e l’ossobuco. Ora invece siamo prezioso presìdio di quel punto d’incontro tra le culture culinarie francese, spagnola, araba e greca».

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