Lo sciopero degli «invisibili» della Cultura: precari, coop, finte partite Iva a 8 euro l’ora
Trentamila persone fanno funzionare musei, biblioteche, teatri, mostre del Veneto: «Vogliamo un vero contratto»
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Lo sciopero degli «invisibili» della Cultura: precari, coop, finte partite Iva a 8 euro l’ora
di Gloria BertasiTrentamila persone fanno funzionare musei, biblioteche, teatri, mostre del Veneto: «Vogliamo un vero contratto»
Dieci padiglioni chiusi venerdì alla Biennale di Venezia (tra cui Canada, Francia, Finlandia, Messico, Lussemburgo), un presidio in mattinata alla biblioteca statale di Padova, attività a singhiozzo alle Procuratie e Smac Venice, a Palazzo Manfrin di Anish Kapoor. E, in generale, un’adesione in ordine sparso dei lavoratori non tale da bloccare attività o spettacoli ma, ci tengono a precisare i sindacati, «questo è il primo sciopero della cultura». Un test cioè «in vista di iniziative future». Anche perché, in Italia, per trovare una mobilitazione simile bisogna andare indietro almeno di cinquanta anni. Ma erano i Settanta, «un’altra era geologica».
Cinema, corsi, soprintendenza
Obiettivo della mobilitazione: accendere i riflettori sulla situazione di migliaia di addetti che in Veneto garantiscono l’apertura a 360 gradi di musei e biblioteche, lo studio di ritrovamenti archeologici, il restauro di volumi antichi e opere d’arte. Ma anche la produzione di spettacoli di ogni genere, dal «piccolo» intrattenimento alle feste di quartiere alle «mega» produzioni in teatri e piazze. Passando per cinema, soprintendenze, corsi e laboratori nelle scuole di ogni ordine e grado. Una filiera vastissima di cui poco si conosce «a partire dai numeri dei suoi operatori», precisa Fabrizio Panozzo, professore di Ca’ Foscari e autore del primo studio sul settore (datato 2021) da cui, poi, si è sviluppato l’Osservatorio Cultura Veneto, con il sostegno della stessa Regione.
«Quanti vivono di cultura in Veneto? È la domanda cui cerchiamo di rispondere — sottolinea — non dimentichiamoci che fino a una decina di anni fa si è mai parlato di “settore culturale”». E soprattutto «non esistono contratti dedicati». Molti addetti rientrano, ad esempio, nella categoria del commercio o del pubblico: bibliotecari e archivisti, per dire, figurano come amministrativi. E poi ci sono prestazioni a chiamata, su somministrazione, attraverso cooperative e tantissime partite Iva. «Una selva», ammette l’esperto.
La situazione
L’Osservatorio però una fotografia, per quanto parziale, è riuscita a scattarla. Nei 290 musei veneti (gli istituti culturali arrivano a 2.541) il 32% opera a titolo volontario, il 31% è personale interno: tutti gli altri possono essere categorizzati in «esterni» il che indica lavoratori di appalti, freelance, collaboratori, tirocinanti. In tutto, 2.930 persone di cui a Venezia 878 e 561 a Padova. Al terzo posto, Treviso con 416 addetti. Sul fronte degli spettacoli (spulciando i codici Ateco) emerge che ci sono 7.030 artisti, 3.914 tecnici e 2.549 amministrativi attivi in Veneto. E si arriva ad altre 13.493 persone. Ma dai numeri mancano quanti di arte ci vivono ma restano nel sommerso, quanto meno a livello contrattuale.
«È una giungla — commenta Franca Vanto, Funzione pubblica Cgil — il Mic (ministero della cultura, ndr) ha il maggior numero di tipologie di contratti in assoluto: un mondo di invisibili di cui poco si sa». Qualche esempio: «Alle veneziane Gallerie dell’Accademia al cui esterno oggi (ieri, ndr) organizziamo il sit-in solo 25 hanno contratto pubblico, il resto pari al 60% dei lavoratori è assunto da cooperativa». Stesso dicasi «alla soprintendenza di Palazzo Ducale e alla biblioteca Marciana: la cura e la pulizia dei libri è affidata in somministrazione — conclude —. La cultura produce Pil, è giusto che i suoi lavoratori siano riconosciuti». Che è lo scopo dello sciopero di ieri, indetto da Cgil, dai sindacati di base Cobas, Adl, Clap, Usi e Cub e, per il Veneto, dalle reti Mi Riconosci e Biennalocene, promotrice tra l’altro della mobilitazione pro Pal durante le vernici della Biennale Arte.
E se i numeri del settore sono ballerini — si stima che siano almeno il doppio dei circa 15 mila «addetti ufficiali» — non lo sono le paghe: «Il 69% degli attivi nella cultura non arriva a 8 euro netti l’ora», dice Marco Dario, Nidil Cgil. Di questi, il 63,3% ha un’età compresa tra i 26 e i 39 anni e almeno la metà degli operatori è donna. «Contratti precari, finte partite Iva: chi più ne ha ne metta», spiega.
Gli invisibili
«Il tema è che stiamo parlando di un esercito di invisibili — spiega Panozzo — in cui viene anche sfruttata la dimensione pulsionale e passionale: chi fa arte, film, cura mostre spesso lavora gratis». Saltuariamente emergono «emergenze» ma quella di venerdì è il primo accenno di vertenza collettivo. «Tra l’altro dal 2015 il diritto di sciopero nei musei è stato limitato dal governo», sottolinea Biennalocene. Il servizio è pubblico e quindi va garantito, un po’ come il trasporto pubblico. «Le rivendicazioni sindacali sono difficili», ammettono i sindacati. Che, però, tirano dritto: «L’obiettivo è il riconoscimento delle professioni con contratti adeguati». E promettono: «Non è che l’inizio».
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