I profughi di Hayez: il dolore di un popolo
Simbolo di speranza e di impegno, l'opera «I profughi di Parga» (1831) del pittore romantico ritrae la cittadina greca quando, nel 1817, fu ceduta dagli inglesi agli Ottomani. Ecco la storia del quadro
SABATO 13 GIUGNO 2026
I profughi di Hayez: il dolore di un popolo
Simbolo di speranza e di impegno, l'opera «I profughi di Parga» (1831) del pittore romantico ritrae la cittadina greca quando, nel 1817, fu ceduta dagli inglesi agli Ottomani. Ecco la storia del quadro
di Stefano BucciLa storia, lo stile e il significato di un dipinto come I profughi di Parga (1831, olio su tela, centimetri 201 x 290, Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo, Musei Civici; sopra) di Francesco Hayez (Venezia, 10 febbraio 1791- Milano, 13 febbraio 1882) si intrecciano in un affresco emozionale che trascende il tempo e lo spazio, offrendo una riflessione profonda e attuale sulla condizione umana di fronte alla guerra, all’oppressione e alla fuga.
Realizzato in un periodo di fermento e di risveglio nazionale,il quadro si inserisce tra le opere più emblematiche del Romanticismo italiano, ma anche in un fronte più ampio di testimonianza artistica sulle sofferenze delle popolazioni oppresse.
La scena rappresentata cattura un momento cruciale nella storia di Parga, la cittadina greca che, nel 1817, fu ceduta dagli inglesi agli Ottomani,scatenando un’ondata di dolore, rabbia e solidarietà tra i suoi abitanti. La fuga di donne, uomini, bambini e anziani diventa così un simbolo universale di resistenza e di disperazione, di un popolo che si oppone alla violenza del destino e alla brutalità dell’oppressore. Gli ancora fumanti resti delle case, le fiamme che divorano i ricordi e le genealogie dei loro antenati, si stagliano come un monito e un grido silenzioso, affinché nessuno possa dimenticare il prezzo della libertà e della dignità umana.
Lo stile di Hayez si rivela ancora una volta magistrale nell’uso del disegno, in cui si evidenzia la sua formazione accademica, insieme a una capacità narrativa che si esprime attraverso la variazione espressiva dei personaggi e la composizione equilibrata della scena. La figura centrale, un uomo dalla postura disperata ed eroica,domina lo spazio come un fulcro di speranza e di dolore. Hayez tempera l’idealizzazione eroica con un tocco di umanità e di pietà, alleggerendo in qualche modo l’enfasi retorica e rendendo i personaggi quasi universali, simboli di una lotta ancora più grande e più attuale.
La scena appare come un coro drammatico, con ogni personaggio che rivela un sentimento particolare: la paura, la determinazione, la pietà, la rabbia. La presenza del sacerdote, nel quale Hayez si auto-ritrae, sottolinea il senso di un tributo sacro alla sofferenza e alla speranza, alla fede come fragile ancoraggio di fronte alla tempesta del destino.
Il significato di questi «profughi» si sviluppa su più livelli, all’interno di un protagonismo collettivo: il dolore di un popolo come metafora di tutte le oppressioni. La scena di Parga rappresenta poi un’allegoria della condizione italiana del XIX secolo,un Paese ancora frammentato e soggetto alle dominazioni straniere, ma desideroso di libertà e di unità.
Hayez, da artista engagé, connette quella vicenda storica in Grecia con la lotta per l'indipendenza italiana, riconoscendo nella sofferenza e nel sacrificio dei profughi il volto universale di un popolo in marcia verso la libertà. La sua opera diventa così una chiamata alla solidarietà, un richiamo alla memoria storica e alla responsabilità collettiva di unire le forze contro ogni forma di oppressione. Mazzini, nel 1841, lo elogia come «genio democratico» e «pittore della nazione»,grazie alla capacità di catturare l’eroismo anonimo di un intero popolo di martiri, di uomini e donne che restano nel silenzio ma che rappresentano la voce più autentica della resistenza e della lotta per i diritti umani.
Con il suo autoritratto nelle vesti di sacerdote Hayez sottolinea il suo coinvolgimento emotivo e la sua visione solidaristica, enfatizzando la dimensione personale e politica dell’opera,come se si ponesse tra coloro che fuggono dalle fiamme, condividendo il loro dolore e al contempo assumendo il ruolo di testimone e di voce di un dolore collettivo.
Tutta la scena si configura come un dramma senza tempo: le figure di donne, uomini, bambini e anziani sono attori di una tragedia che si ripete sotto diverse forme nei secoli, in ogni guerra e in ogni episodio di oppressione. La memoria di Parga diventa così un monito eterno e un simbolo di resistenza umana,un’immagine che rimanda alle sofferenze di tanti profughi attuali, al caos di chi perde tutto per cercare un domani migliore.
Non a caso il quadro di Hayez, corredato con l’omonimo poemetto (1823) di Giovanni Berchet, avrebbe ispirato a Giuseppe Verdi il celebre Va’ Pensiero del Nabucco (1842) e si integra in un discorso artistico e culturale che mira a sensibilizzare e ad evocare empatia e coscienza morale. Lo studio di Arianna Arisi Rota, Profughi (2023, il Mulino), ha riconosciuto in questa scena un’immagine potente di sradicamento e di speranza, moderna quanto mai, attestando come l’arte possa essere veicolo di denuncia e di memoria collettiva sulle tragiche conseguenze delle guerre e delle ingiustizie.
Perché la storia di Parga, e quella di tutti i profughi che da essa trae simbolo, ci invita a riflettere sulla nostra responsabilità di fronte alle crisi umanitarie, sulla necessità di solidarietà e sulla dignità intrinseca di ogni essere umano,indipendentemente dalla provenienza o dalla condizione temporanea.
La forza di Hayez, e del suo capolavoro, risiede nell’aver saputo declinare il dolore come un linguaggio universale, capace di unire le generazioni e le culture,di ricordarci che la libertà e la pace sono diritti di cui tutti sono portatori e custodi. Per questo I profughi di Parga rimane un invito a non dimenticare mai che la sofferenza condivisa può diventare il seme di un futuro più giusto e solidale.
Su «la Lettura» #759, oggi in anteprima in questa App e domani in edicola, Stefano Bucci racconta la mostra (17 giugno-19 luglio) alla Fondazione Luigi Rovati di Milano intitolata «Out of Place. Arte e storie dai campi rifugiati nel mondo».
12 giugno 2026 ( modifica il 12 giugno 2026 | 19:05)
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