Il racconto che cura: dal biologico al biografico ecco l'Homo textilis
Corriere della Sera - Cultura

Il racconto che cura: dal biologico al biografico ecco l'Homo textilis

Venerdì 12 giugno 2026
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Paola Villani (Suor Orsola Benincasa) pubblica per Franco Angeli il primo manuale italiano di Medicina narrativa scritto da un'esperta di narratologia

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Il racconto che cura: dal biologico al biografico ecco l'Homo textilis

di Natascia Festa

Paola Villani (Suor Orsola Benincasa) pubblica per Franco Angeli il primo manuale italiano di Medicina narrativa scritto da un'esperta di narratologia

La scrittura che cura

«Se la vita è la ferita, la cicatrice è la letteratura». La metafora di Giancarlo Mazzacurati ben s’attaglia al libro intitolato con fulminante ed efficacissimo conio Homo textilis. Sottotitolo Tra medicina narrativa e narratologia medica (Franco Angeli). Lo firma Paola Villani, ordinario di Letteratura italiana e Direttrice del Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università Suor Orsola Benincasa. La studiosa, che con lungimiranza promuove il dialogo tra i saperi, è con altri fondatrice e direttrice della rivista «Medical Humanities e Medicina Narrativa» e coordina con Stefano Calabrese un Master (frequentato anche da medici) su questa disciplina il cui statuto è sempre più in via di definizione e al cui sviluppo ella stessa ha già contribuito con vari saggi, a partire da PerdutaMente. Vecchiaia e declino cognitivo tra scienza e letteratura (curato con Hanna Serkowska per lo stesso editore). Fresco di stampa in una bibliografia crescente, Homo textilis è di fatto il primo manuale italiano sulla materia scritto da un’italianista e narratologa. L’inventio del titolo segna un’evoluzione dall’Homo narrans, colui che comunica la propria vita-anamnesi, all’Homo textilis ovvero la persona intesa come opera testuale vivente. E la vita, lo sappiamo, tesse trame, incrocia fili, annoda storie, ma anche il broccato più pregiato o l’arazzo più robusto può cedere in qualche sua parte. La fibra si sfibra, l’intreccio collassa, il corpo del tessuto si ammala. Ecco allora che la ri-sarcitura, riconnettendo i fili spezzati, diventa anche risarcimento vitale.

Il punto — anche in senso sartoriale — è per la studiosa traghettare l’esperienza della malattia dal radiografico e dal biologico al biografico. Rinacciare la trama bucata è lavorare a un «Sé organizzato in una storia». Chi si ammala è dunque homo textilis «intreccio di tessuti biologici e tessuti narrativi, che costruisce, e ripara anche, il Sé e la sua identità». Qui non si tratta di rimanere nell’ambito empirico eppure utilissimo delle varie arti-terapie come strumenti, più o meno impressionistici, finalizzati allo stare “un po’ meglio”. Il libro mira a mettere a punto le fondamenta di un’episteme, grazie a una visione tanto larga e multidisciplinare quanto profonda e radicatissima nella sfera di interesse della studiosa ovvero la letteratura tout court. In particolare — spiega Villani nell’introduzione che è di per sé un saggio — il libro prova a «ricostruire una genealogia, prim’ancora che una storia della Medicina narrativa», indicandone spazi e tempi diversi: una gestazione più lunga rispetto al trentennio che le si attribuisce e una geolocalizzazione non solo nelle facoltà cliniche degli Stati Uniti. Villani suggerisce una sorta di salto quantico per una disciplina liminale che, in quanto tale, subisce la diffidenza dei professionisti dei vari ambiti, i medici da una parte e gli umanisti dall’altra. E offre una cartografia di accreditamenti a partire dalla Consensus Conference promossa (2014) del Centro nazionale malattie rare e l’Istituto Superiore di Sanità, ritenuta il primo riconoscimento ufficiale italiano. 

Ma le colonne d’Ercole di questo multi-sapere — o ultrafilosofia per citare Giacomo Leopardi che la studiosa pone in esergo - continuamente superate, si spostano sempre più avanti, tanto che è già necessario settare una «Medicina narrativa di seconda generazione». Anche perché bisogna tener conto delle «protesi simboliche», come da profezia di McLuhan, ovvero smartphone e pc che fanno del digitale un prolungamento dell’analogico e non una sua contrapposizione. «Urgente - scrive l’autrice - è la sfida della svolta digitale, fino a quella che viene configurandosi specificamente come Digital Narrative Medicine» attenta alla condivisione sempre più frequente delle “storie di malattia” sui social media. Così il passaggio dalla diagnosi al racconto fa del linguaggio il farmakon capace di mettere in atto la «composizione di frammenti in una autobiografia, operazione dolorosa di un autore che è innanzitutto personaggio protagonista della narrazione». Il volume, tenuto conto degli studi di riferimento del settore, li supera ponendo una questione innovativa e suggerendo un avanzamento teoretico prima che metodologico: per «usare» i racconti ci vuole chi di questi detiene il «libretto delle istruzioni» ovvero gli esperti di narrazioni, finora lontani dall’occhio di bue della scena popolata da altri specialisti. Risultato, il paradosso di «una Medicina narrativa senza narrativa». Villani ruota il faro, dunque, e lo punta sulla narratologia: è un’indicazione di lavoro molto convincente, non una captatio della disciplina nell’ambito squisitamente letterario, «core business» per così dire dell’autrice stessa. Che ricorda come in realtà la letteratura dialoghi da sempre proficuamente con le neuroscienze e le scienze storico-sociali. La pratica della Medicina narrativa va ben oltre l’avvento del sintomo, visto che, per la Carta di Ottawa (1986), la salute non è solo assenza di malattia, ma la condizione che consente all’individuo di soddisfare bisogni e realizzare aspirazioni. Nell’explicit, significativamente intitolato Dimissioni, Paola Villani torna all’amata poesia che, ricorda, ci insegna a fiorire «nonostante», come la ginestra nel deserto del leopardiano Vesevo.

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