Morto Natalino Irti, giurista nel segno di Montesquieu
Corriere della Sera - Cultura

Morto Natalino Irti, giurista nel segno di Montesquieu

Giovedì 11 giugno 2026
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Allievo di Betti e Allara, fu accademico dei Lincei e presidente emerito dell'istitito per gli studi storici fondato di Croce. Aveva 90 anni. La sua cultura andava al di là del diritto per toccare lo «spirito delle leggi»

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Morto Natalino Irti, giurista nel segno di Montesquieu

di Giancristiano Desiderio

Allievo di Betti e Allara, fu accademico dei Lincei e presidente emerito dell'istitito per gli studi storici fondato di Croce. Aveva 90 anni. La sua cultura andava al di là del diritto per toccare lo «spirito delle leggi»

Natalino Irti (1936-2026)

Natalino Irti è stato un grande giurista per un motivo tanto semplice quanto difficile: la sua vasta cultura andava al di là dello stesso diritto per toccare, per dirla con Montesquieu, lo «spirito delle leggi». Nato ad Avezzano il 5 aprile del 1936, fu allievo di Emilio Betti e si perfezionò a Torino sotto la guida di Mario Allara. È morto l'11 giugno all’età di 90 anni ma la sua vita affettiva si era interrotta anni fa, nel 2017, quando il suo unico figlio, Nicola, avuto dalla moglie Elena Angelini, morì improvvisamente nel sonno con un infarto all’età di 47 anni.

Natalino Irti, accademico dei Lincei e presidente emerito dell’Istituto italiano per gli Studi storici fondato da Benedetto Croce, è stato tra i maggiori giuristi italiani del secondo Novecento: avvocato, dirigente e in senso lato umanista. Dopo aver insegnato in varie università italiane, fu chiamato, alla fine degli anni Settanta alla Sapienza, a Roma, dove insegnò istituzioni di diritto privato, diritto civile e teoria generale del diritto. Dal maestro Betti, che fu un fine ermeneuta, ereditò la rigorosa facoltà d’interpretazione non solo delle leggi ma della stessa funzione del diritto. Non a caso la sua affermazione si deve al testo de L’età della decodificazione (Giuffrè, 1979) e al suo particolare interesse per la nascita e lo sviluppo di sotto-sistemi di norme e sotto-codici, una sorta di labirinto normativo che lo portò a teorizzare il «nichilismo giuridico ontologico». Insomma, una sorta di dissolvenza del diritto. 

In uno dei suoi ultimi libri, scritto quasi come se fosse un diario, Viaggio tra gli obbedienti (La nave di Teseo), colpito dalle oltre 123mila parole del decreto del 27 marzo 2020 per il contrasto al Covid, scriveva: «Questo è un drammatico esempio di legge, che non può essere né ascoltata né obbedita. La volontà normativa si disperde e frantuma nella confusa moltitudine delle parole. Proprietà e sobrietà di linguaggio, richieste dallo stato di eccezione, cedono all’oscura prosa del caos legislativo». La crisi del diritto era anche e soprattutto la crisi o, addirittura, la fine della figura del giurista.
L’amore per il diritto lo ha portato a concepire e realizzare nei suoi ultimi tempi passati alla guida dell’Istituto Croce l’opera Carteggi di Benedetto Croce con i giuristi (il Mulino). Nell’introduzione al testo così scriveva con tono malinconico: «Il nostro non è tempo di carteggi, di assorta prosa inviata per scrittura, ma di messaggi o messaggini telematici, in cui dominano le informazioni e i linguaggi convenzionali. E perciò ne nasce, non in dispregio dell’oggi, ma per devozione della memoria, il ritorno a modelli di civiltà epistolare». 

Avrebbe voluto anche il ritorno a modelli di civiltà giuridica che, invece, ha visto quasi dissolversi sotto i suoi occhi in un «caos legislativo» che ha cercato di fronteggiare, almeno sul piano della dottrina, con un neopositivismo giuridico consapevole dei suoi limiti e legato alla volontà dell’individuo.

11 giugno 2026

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