Mimmo Jodice, colori e inediti negli scatti smarriti del maestro del bianco e nero
Al Museo del Tesoro di San Gennaro una mostra a cura Sylvain Bellenger recupera da diapositive scatti smarriti del grande fotografo scomparso
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Mimmo Jodice, colori e inediti negli scatti smarriti del maestro del bianco e nero
di Natascia FestaAl Museo del Tesoro di San Gennaro una mostra a cura Sylvain Bellenger recupera da diapositive scatti smarriti del grande fotografo scomparso
Scatto di Mimmo Jodice da Ribera, San Gennaro esce illeso dalla fornace (Cappella del Tesoro di San Gennaro, Duomo di Napoli)
Rispuntano i colori del maestro del bianco e nero. Casa Jodice, pomeriggi d’estate di due anni fa. Con il grande fotografo Mimmo, che sarebbe scomparso poco più di un anno dopo, il 28 ottobre 2025, ci sono l’inseparabile Angela, Sylvain Bellenger, già direttore del Museo di Capodimonte, la figlia Barbara e Francesca Ummarino, direttrice Museo del Tesoro di San Gennaro.
In quelle ore sospese tra la memoria dell’unico importante lavoro a colori datato anni Ottanta e il futuro di una sua possibile ripresa, si rintraccia la genesi della mostra Il colore di Mimmo Jodice, che si inaugura stamani (alle 11) nel Museo di via Duomo, prodotta da D’Uva con Jodice Studio, la curatela di Bellenger, da un’idea della stessa Ummarino e Ilaria D’Uva.
Barbara Jodice racconta: «In quei pomeriggi, papà si divertiva sornione della proposta di riprendere quel lavoro perché era ed è l’unico progetto a colori veramente rilevante che ha realizzato. Lo fece sulla spinta di Raffaello Causa - erano molto amici - che gli chiese: “Mimmo, tu che insegni all’Accademia di Belle Arti, devi aiutarmi a coinvolgere i giovani, gli studenti, nella mostra La Civiltà del Seicento a Napoli. Papà andò molto spesso a Capodimonte dov’era allestita finché non iniziò questo lavoro realizzato senza cavalletto, a mano libera, dove anche l’imperfezione rientra nella volontà del suo sguardo. Ha creato questo corpus rileggendo le tele come se stesse filmando un reportage in 35 mm: è entrato nelle opere di Ribera, Guarini, Caravaggio, Luca Giordano, Battistello Caracciolo, Artemisia Gentileschi e altri cogliendone i particolari più nascosti e drammatici che sfuggivano alla lettura complessiva. Nel 1984 ne nacque Il secolo di furore, mostra a Villa Pignatelli con relativo catalogo. Delle foto, poi, non si seppe più nulla». In che senso, sparirono? Sfuggirono all’infallibile metodo di Jodice di fare archivio di se stesso? «Sì, caso unico. Quello che ci è rimasto sono solo diapositive di 45 anni fa che con Marco Spatuzza e una pazienza infinita abbiamo restaurato. La mostra girò e a un certo punto sparì, non tornò più. È un bel mistero».
Il Museo è a pochi passi dalla Sanità dove Jodice è nato. Qui, a ben guardare, si ritrovano i volti catturati dai grandi artisti del Seicento e zoomati dallo sguardo del maestro. «È così. Inoltre, nei gioielli della deputazione c’è il voto del popolo di Napoli. E le foto di papà sul secolo di furia, dolore, peste e morte ritraggono proprio quel popolo». Circolarmente anche i giovani ritornano in questa riproposta: «L’allestimento, ideato dallo stesso Bellenger che ha espresso anche il suo talento di scenografo, mette in relazione le opere con i monili e le statue del Tesoro di San Gennaro: tessuti e velluti antichizzati di ispirazione barocca, sono stati realizzati site specific con la progettazione tessile di Maddalena Marciano, docente di costume dell’Accademia, in collaborazione con Giuseppe Ambrosio e con i loro allievi».
«I velluti - spiega Bellenger - coprono i basamenti dei gioielli e dei busti dei Santi, fanno da fondale alle fotografie e hanno colori diversi per ogni sala: in quella della mitra, ad esempio, a partire dal rubino centrale, è il rosso sangue a proporre una lettura unitaria». E continua: «Nelle oltre quaranta opere esposte ci sono nove inediti. Di uno stesso dettaglio, infatti, Jodice aveva fatto più scatti scegliendone infine solo uno per la mostra del 1984. Io, invece, ne ho selezionato anche altri, anche mettendoli a confronto». Ne nascono dittici potentissimi. «E Jodice stesso aveva approvato questa modalità. Da una parte c’è la visione barocca, totalità avvolgente del reale, dall’altra quella moderna del maestro che isola e procede per dettagli. È in questa frammentazione che si costruisce un’altra forma nella quale oggi ci riconosciamo».
Con la mostra, il Museo inaugura anche la nuova biglietteria con bookshop che già scintillano nel porticato, per troppo tempo giaciglio degradato di persone senza fissa dimora per quali, si auspica, si farà di tutto affinché trovino più degno ricovero. Nuovo è anche l’impianto di illuminazione del Museo, progettato dal lighting designer Filippo Cannata con il sostegno della Regione. «La mostra inserita lungo il percorso museale - dice la direttrice Ummarino - si colloca in una profonda continuità culturale con un luogo che, pur fortemente radicato nella propria storia, ha sempre mantenuto un dialogo aperto con l’arte del proprio tempo. Un dialogo che non interrompe la tradizione, ma la rinnova, riaffermando il ruolo del Tesoro come spazio vivo, capace di ispirare e accogliere nuove letture e visioni senza perdere la propria identità. È stato, inoltre, un grandissimo privilegio lavorare con Angela e Barbara; entrare nello studio Jodice vuol dire entrare a contatto con la bellezza e la profondità di un artista unico». Che, per Vincenzo De Gregorio, Abate della Cappella del Tesoro di San Gennaro «si inserisce in questo solco di arte e di umanità, con la straordinaria sensibilità di uomo e di artista che sa cogliere, nell’uso della fotografia, le pieghe che nel particolare danno colore e significato all’universale rappresentato. La sua abilità insieme con la sua anima attenta e partecipe dell’umanità che in gran parte è sofferente, rende ragione dell’esposizione della sua opera nella Cappella. E anche Jodice, entra nel coro che canta la storia di Napoli».
Ne è convinto Riccardo Carafa d’Andria della Deputazione Real Cappella del Tesoro: «Del grande maestro ammirata la raffinata sensibilità nell’individuare e cogliere particolari significativi in capolavori di grandi artisti e nel riuscire a creare una simbiosi tra pittura e fotografia». E Ilaria D’Uva (Cei D’Uva Srl) aggiunge: «Questa mostra è un invito a guardare il Tesoro con occhi diversi, attraverso la forza silenziosa dei dettagli e lo sguardo di Jodice».
Le fa eco Brunella Trimarco della Fondazione Tridama: «Il mecenatismo contemporaneo non è solo tutela, ma investimento nel futuro culturale e sociale. Significa generare valore per tutti, rendere l’arte un motore attivo di crescita e identità». L’ultima parola spetta ai ricordi di Angela Jodice: «Lavorando a lungo, solo a tu per tu con i dipinti del Seicento, Mimmo realizzò Un Secolo di Furore, progetto nato dall’osservazione ravvicinata delle grandi tele: dettagli quasi invisibili venivano isolati e trasformati in immagini autonome, creando un percorso segreto e magnetico capace di spingere il visitatore a guardare le opere con occhi nuovi e a immergersi profondamente nella loro forza espressiva. Rivederlo oggi mi emoziona profondamente».
Bello il catalogo, coedito da D’Uva e Paparo Editore, che raccoglie i testi di Luca Massimo Barbero, Sylvain Bellenger, Stefano Causa, Erri de Luca, Ilaria D’Uva, Angela Jodice, Maddalena Marciano, Mario Martone e Francesca Ummarino.
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16 maggio 2026 ( modifica il 16 maggio 2026 | 08:12)
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