Morire così
Morire così
di Massimo Gramellini | 16 maggio 2026I tuoi preferiti
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Bakari Sako è morto in una piazza italiana, all’alba di un sabato, per mano di gente che non conosceva e che non lo conosceva. Ed è morto mentre andava al lavoro, per mano di gente che non era ancora andata a dormire. Immagino che Bakari, un bracciante agricolo nato in Mali e in attesa di diventare padre per la prima volta, abbia trascorso gli ultimi minuti della sua vita a chiedersi perché. Perché mi insultano, mi buttano a terra, mi prendono a pugni, a calci, a coltellate? Che cosa avrò mai fatto di male a questi ragazzini, in che modo li avrò provocati o offesi? Davvero questa fine assurda, che fa di mio figlio un orfano prima ancora di venire al mondo, dipende esclusivamente dalla pigmentazione della mia pelle? Magari, se avessimo preso un caffè insieme, avremmo scoperto di tifare la stessa squadra, di preferire il cornetto alla marmellata a quello alla crema, di sentirci tutti abbastanza incompresi, abbastanza disperati, abbastanza umani.
Invece insulti, calci, pugni, coltelli. E, dopo, neanche un fiore nel punto in cui è morto. Neanche un dibattito. Niente. La notizia della morte di Bakari Sako è stata inghiottita e digerita come qualcosa di marginale e al tempo stesso di ineluttabile. Forse sarebbe stato diverso se quei ragazzini avessero avuto una cupa motivazione ideologica, mentre sono figli dell’incuria e della strada, dove hanno finito per convincersi che aggredire i diversi - i più deboli - sia l’unico modo per ottenere il rispetto o almeno l’attenzione dei più forti.
16 maggio 2026, 06:56 - modifica il 16 maggio 2026 | 06:57
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