La scienziata Annamaria Colao: «A scuola ero una secchiona, il greco mi ha formato»
Corriere della Sera - Cultura

La scienziata Annamaria Colao: «A scuola ero una secchiona, il greco mi ha formato»

Venerdì 15 maggio 2026
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L'endocrinologa di fama internazionale e il tempo in cui sedeva tra i banchi: «Ricordo quel compagno che si chiudeva dentro l’armadietto e ci faceva ridere. Io passavo i compiti a tutti. Ci siamo ritrovati grazie ai social»

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La scienziata Annamaria Colao: «A scuola ero una secchiona, il greco mi ha formato»

di Vincenza Alfano

L'endocrinologa di fama internazionale e il tempo in cui sedeva tra i banchi: «Ricordo quel compagno che si chiudeva dentro l’armadietto e ci faceva ridere. Io passavo i compiti a tutti. Ci siamo ritrovati grazie ai social»

Foto di classe: il ricordo di un tempo, di un compagno, di un maestro. Un sogno, un’aspirazione, una vocazione maturati tra i banchi. Quando la scuola accoglie, comprende, valorizza e indirizza, ma anche quando respinge, scoraggia o esclude. Un’indagine intervistando chi ce l’ha fatta a diventare qualcuno grazie o nonostante la scuola.

Inauguriamo questa rubrica con Annamaria Colao, endocrinologa di fama internazionale, nota per le sue ricerche in neuroendocrinologia e obesità, nutrizione e patologie metaboliche. Insignita di centinaia di riconoscimenti tra cui il premio alla carriera della Società italiana di endocrinologia.

La foto è del quarto ginnasio, la scuola è il Pontano di Napoli. È ancora in rapporto con i compagni di classe di questa foto?
«Certamente. Abbiamo una chat e un appuntamento a cena almeno un paio di volte l’anno. Anche se io non sempre riesco a esserci. Ci siamo ritrovati grazie ai social con quasi tutti quelli che appaiono nella foto, almeno più della metà».

Tra i docenti del suo percorso scolastico c’è quello che definirebbe un maestro?
«Al ginnasio l’insegnante che ha fatto la differenza, perché mi ha traghettato verso uno studio più complesso che mi è stato utile per affrontare la facoltà di Medicina, è stato il professore De Girolamo, docente di latino e greco. Quando cominci a studiare il greco avverti una sfida, si apre un percorso nuovo. Lui era severissimo, il terrore di tutti. Ma io l’avevo presa molta bene questa sfida, anzi più appariva difficile, più mi sentivo motivata. È qualcosa che mi è rimasto, ho affrontato sempre tutto lo studio successivo come quella sfida: la sfida del greco. Lo studio del greco mi ha aiutato a capire le potenzialità cerebrali. Soprattutto lo sforzo dell’interpretazione. Credo che sia stato proprio il greco a indirizzarmi verso la ricerca scientifica».

Quindi lei non è una sostenitrice della separazione degli studi scientifici da quelli umanistici?
«Io penso proprio il contrario. Credo che non si possa fare bene lo scienziato senza una buona base umanistica».

All’epoca della foto aveva già individuato la sua vocazione? Quali erano i sogni di quella ragazza?
«Io desideravo fare l’archeologa. Ero talmente appassionata di storia, di architettura che già mi vedevo immersa nella ricerca della tomba di Alessandro Magno. Mio padre mi fece riflettere sulla necessità di reperire dei finanziamenti molto importanti. Mi disse che lui non avrebbe potuto aiutarmi e probabilmente mi sarei dovuta dedicare a qualche tipo di ricerca più stanziale o all’insegnamento. Io immaginavo un futuro sempre in viaggio, pronta a essere una cittadina del mondo, ma le sue parole mi procurarono un ripensamento. L’intervento di mia madre, però, fu decisivo. Lei mi dette la spinta finale. Mi sconsigliò di seguire le orme di mio padre che era un medico. Mi disse che lui era stato costretto a una vita di studio, difficile, complicata, faticosa. Probabilmente non ce l’avrei fatta. E io subito allora colsi la sfida. Devo avere sempre una sfida davanti a me. È il mio carattere. La mia indole è quella di essere sempre un’allieva. Devo sempre imparare. Non ho paura delle sfide perché non ho paura di perdere, in quanto so che quando anche perdiamo, se abbiamo appreso qualcosa, in fondo non siamo mai sconfitti davvero. La vera conquista è imparare sempre qualcosa in più».

Com’era quella ragazza?
«Ero molto timida. Sentivo il dovere di portare dei buoni voti a casa. Ero una figlia che viveva per la famiglia. Non avevo ancora maturato il sogno di fare l’archeologa che è arrivato verso i sedici anni».

E la pagella di quel quarto ginnasio? C’è mai stata una nota in condotta?
«Voti altissimi. Sono sempre stata una vera secchiona. Mai una nota in condotta. In tutta la mia vita non ho mai fatto cose che potessero essere contro l’educazione e il rispetto di quello che la scuola mi proponeva».

Ricorda un episodio divertente?
«Ricordo una classe meravigliosa, divertentissima. Io passavo i compiti a tutti ed ero molto amata perché non ho mai tenuto niente per me. Non ero quella che voleva prendere il dieci da sola. Facevamo scherzi epici. Uno dei miei compagni, di cui non dirò il nome, al ritorno dalla ricreazione si chiudeva in un armadietto dell’aula e faceva sentire dei colpi. Passavano almeno dieci minuti, nell’ilarità generale, prima che il professore ne capisse la provenienza, fino a quando non veniva scoperto e mandato dal preside».

Ha qualche nostalgia di quegli anni di scuola?
«La nostalgia c’è per quello che eravamo: quattordicenni molto semplici, ingenui, spontanei. Molto diversi dagli adolescenti di oggi, ci affacciavamo alla vita con quella curiosità che oggi non si vede più. Facevamo delle fughe per vederci perché non potevamo uscire spesso, usavamo il telefono di casa sotto la sorveglianza dei genitori e sempre con parsimonia. Adesso i ragazzi godono di una libertà sfrenata e non se ne rendono conto».

C’è qualcosa che vorrebbe dire a un suo professore?
«Voglio solo ringraziarli. Ringrazio sempre i docenti per tutti gli sforzi che fanno per mettere qualcosa di bello nella testa dei ragazzi. Penso che l’insegnante oggi sia una figura che si deve solo ringraziare per la dedizione, per l’impegno. Ho fatto il professore universitario con studenti un po’ più grandi e il rapporto con i giovani universitari ti fa capire quello che c’è stato prima. Si individuano subito gli studenti che hanno avuto grandi professori perché arrivano con un bagaglio diverso. Quindi i miei professori li voglio solo ringraziare».

Parliamo di un tema importante del suo nuovo libro «Il digiuno su misura» che è un grande successo, già alla quinta ristampa. Insomma, quando dobbiamo digiunare?
«Sintetizzerei questo discorso del digiuno con “meno è meglio”. Il cibo può essere un nostro alleato, ma anche un nemico giurato perché, purtroppo, quando non siamo capaci di capire come dobbiamo alimentarci, l’errore lo commettiamo più volte al giorno, per anni. È chiaro che poi da quel tipo di errore arrivano problemi di salute anche gravi. Consideriamo il cibo come la nostra fonte di energia: dobbiamo mettere nel nostro corpo sempre l’energia migliore, ma anche solo quella indispensabile. Quando una cosa non è indispensabile va evitata. Digiuno è una parola carica di significato negativo. A nessuno di noi piace. Il significato vero è pausa, silenzio, riposo. Dobbiamo capire che i nostri organi, soprattutto col tempo, hanno sempre più bisogno di tempo per recuperare lo sforzo del funzionamento e, quindi, fare delle pause tra un pasto e l’altro serve a lasciare il tempo agli organi di rigenerarsi. Più diventiamo anziani meno dobbiamo mettere cibo, se vogliamo stare bene».

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15 maggio 2026 ( modifica il 15 maggio 2026 | 09:28)

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