Veleggiando in un mare rosso sangue
Corriere della Sera - Cultura

Veleggiando in un mare rosso sangue

Venerdì 15 maggio 2026
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Veleggiando in un mare rosso sangue

di Fortunato Cerlino

Luca è uscito di casa che la città ancora dormiva. Ha trascinato il suo piccolo barchino lungo lo scivolo consumato del porticciolo di fortuna nascosto tra gli scogli. Uno scafo vecchio di vetroresina, poco più di cinque metri, con graffi lungo la murata e pezze cucite sulla vela principale. Il boma ancora chiazzato di ruggine vicino all’attacco della scotta. Il fiocco ingiallito dal sale. Sul fondo della barca, una cima arrotolata male, una bottiglia d’acqua, un giubbotto salvagente troppo vecchio e un manuale di vela comprato usato al mercato di Resina.
L’alba sul Golfo di Napoli è arrivata lentamente, o almeno così gli è parso. Prima il cielo si è acceso appena dietro il Vesuvio. Una lama rosata che ha separato il mare dal cielo. Poi la luce è salita piano, mettendo in fuga le ultime ombre della notte.
Luca aveva già la prua puntata verso il largo quando il sole ha iniziato ad affacciarsi sulla città. L’aria gli pungeva il viso come spilli. Fresca. Salata. Nuova. L’ha respirata a pieni polmoni. In gola il sapore delle alghe, nel naso un lieve sentore di gasolio proveniente dai traghetti lontani.
Si è spinto con i remi appena fuori dal molo, poi ha issato la vela. Per qualche secondo il tessuto ha fatto le bizze, sbattendo rumorosamente nel vento incerto dell’alba. Poi si è gonfiato. La barca si è inclinata appena e ha preso velocità.
Allora Luca ha sorriso.

Come sempre quando sente il vento del mattino spingerlo sul mare. Ogni volta gli sembra un miracolo. Il vento che ingravida la vela e trasforma quel malconcio barchino in un sogno alato. In quei momenti immagina di essere davvero libero. Libero di andare ovunque desideri. Verso terre sconosciute, vite nuove, porti lontani.
Eppure è lì che voleva restare Luca, almeno in quel momento. Nel golfo della sua città. In quello stesso tratto di mare dove, tra un anno, si disputerà l’America’s Cup. Ci pensa continuamente. Gli sembra quasi di vederle già, le grandi barche volanti. I foil sospesi sull’acqua. I team stranieri. Le televisioni di tutto il mondo. Le tribune sul lungomare. La gente affacciata da Posillipo, dal Castel dell’Ovo, dalle terrazze dei palazzi.
Napoli che, aprendosi nel suo golfo come un abbraccio, sembra voler accogliere il mondo intero.
L’acqua si è increspata sotto la prua. I primi riflessi del sole hanno spezzato il mare in mille frammenti d’oro.
Quello per la vela è stato un amore improvviso. Un amico gli aveva parlato di regate una sera d’estate e lui, quasi per curiosità, aveva iniziato a guardare qualche gara in televisione. Da allora, come preso da una febbre, aveva cominciato a studiare da autodidatta. Video sul telefonino fino a notte fonda. Interviste ai campioni. Libri presi in biblioteca. Nomi di venti e manovre imparati come formule magiche.
Poi era arrivata l’occasione di quel barchino. Messo male. Quasi da buttare. Ma Luca, con l’aiuto del vecchio marinaio che glielo ha venduto, è riuscito a riportarlo in vita.
«Quello è grecale… lì invece gira a libeccio…».
Parla da solo mentre tiene il timone, immaginando tattiche di regata impossibili per quella sua piccola barca. Virate perfette. Strambate aggressive. Immagina di stringere il vento come fanno i campioni dell’America’s Cup. Sogna quelle imbarcazioni immense che sembrano astronavi sospese sull’acqua.
Preso da uno di quei sogni, all’inizio non si è nemmeno accorto di quella macchia scura sul mare. Ha pensato che fosse una boa. O magari un sacco trascinato dalla corrente. Mollando appena la vela, ha portato lentamente la barca verso quel punto.
Poi ha strabuzzato gli occhi. Il cuore, per un istante, gli si è fermato nel petto. Sull’acqua c’era un corpo. Un cadavere che galleggiava mezzo immerso, inclinato di lato. Un braccio oscillava lentamente sotto la superficie, mosso dalle onde. Il volto, nascosto in parte dall’acqua e dai capelli neri appiccicati alla fronte, era però abbastanza vicino da lasciargli capire che si trattava di un ragazzo. Un giovane, forse della sua stessa età. Indossava scarpe sportive bianche, jeans, un giubbotto nero gonfio d’acqua. Sul lato del petto, qualcosa di scuro. Un foro slabbrato nel tessuto. Un colpo di pistola. Attorno alla ferita piccoli pesci si muovevano rapidi e nervosi. Morto da poco, probabilmente, perché il corpo non era ancora gonfio e la pelle che emergeva dall’acqua era pallida, ma non ancora grigia, disfatta. Quel ragazzo doveva essere stato ucciso durante la notte.
Luca ha sentito un freddo improvviso attraversargli il corpo. Ha pensato ai tanti ragazzi ammazzati negli ultimi mesi nella sua città. Morti per niente. Uno sguardo di troppo. Una parola sbagliata. Una scarpa pestata involontariamente fuori da un locale.
Morti per nulla. Vissuti, per nulla.
Eppure quel corpo aveva avuto un nome. Una casa. Una madre che forse lo stava aspettando senza sapere ancora nulla.
Con uno sforzo è riuscito a recuperare un poco di lucidità. Ha afferrato il telefonino con le mani tremanti. Schermo nero. Batteria scarica.
«Merda…».
Si è guardato attorno. Poco lontano un traghetto pieno di turisti tagliava lentamente il mare. Più in là un aliscafo correva verso Capri. Luca si è alzato in piedi sul barchino. Ha iniziato a sbracciarsi. A urlare, agitando una cima sopra la testa. Un turista in pantaloncini corti e camicia hawaiana ha risposto alzando il braccio, scambiando quella disperazione per un saluto.
Allora Luca si è fermato. Solo con quel morto.
Ha guardato il golfo intorno a loro. L’acqua continuava a brillare e danzare attorno al vivo e al morto con la stessa cura, la stessa indifferenza. Per molto tempo è rimasto immobile. Poi, lentamente, ha girato la barca verso la città.
La vela si è gonfiata di nuovo. Lo scafo ha ripreso a scivolare silenzioso sul mare, lasciandosi alle spalle quel corpo sballottato dalle onde. E mentre rientrava, Luca ha iniziato a chiedersi cosa avrebbe fatto una volta a terra.
Le regate, le bandiere, i campioni. La città in festa. E quel cadavere invece, a raccontare l’altra verità di Napoli. Quella che lui stesso aveva sempre cercato di nascondere dentro di sé.
Una domanda gli si è insinuata lentamente nella mente.
Qual era la cosa giusta da fare?
Denunciare tutto appena messo piede a terra?
Oppure tacere?
Sperando che il mare nascondesse quel corpo tra le sue pieghe profonde, consumandolo lentamente o trascinandolo sul fondo per sempre. È stato mentre pensava a questo che, per un attimo, gli è parso che l’intero mare attorno alla barca si fosse trasformato in una distesa di sangue. Poi un colpo di vento improvviso, duro come uno schiaffo, lo ha scosso. La vela si è tesa violentemente. In quell’istante Luca ha capito di non avere davvero una scelta. Ha continuato la sua corsa verso la città senza più alcun dubbio. Avrebbe detto la verità. Anche a costo di rinunciare al sogno, all’illusione, di un mare senza sangue.

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