Nathan Kiboba, dalle Iene al palco: «Gli insulti razzisti? Ci sono cose più gravi nella vita. Ma per noi neri far ridere è più difficile»
Il comico racconta la sua vita diventata una serie tv tra ironia e realtà. Oggi 15 maggio, ospite all’Integrazione Film Festival, all'Auditorium di piazza Libertà
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Nathan Kiboba, dalle Iene al palco: «Gli insulti razzisti? Ci sono cose più gravi nella vita. Ma per noi neri far ridere è più difficile»
di Rosanna ScardiIl comico racconta la sua vita diventata una serie tv tra ironia e realtà. Oggi 15 maggio, ospite all’Integrazione Film Festival, all'Auditorium di piazza Libertà
Nathan Kiboba
«Non è facile essere un comico di colore in Italia. Non si capisce se il pubblico rida per le battute o assecondi la risata solo per il colore della pelle». A parlare è Nathan Kiboba, uno dei volti più conosciuti delle «Iene» di Italia Uno, ospite di Iff, l’Integrazione Film Festival, oggi (15 maggio), alle 18.30, all’Auditorium Cult di piazza Libertà, l’attore comico presenterà la serie tv, «Nathan K.», che ne racconta la storia e le cui prime due puntate pilota sono disponibili su Raiplay. L’attore congolese, 30 anni, dialogherà con la nuova guida artistica del festival, Maurizio Bousso, a sua volta impegnato nella serie. Insieme a loro ci saranno Chloe Vescovi e Rebecca Ricci, oltre alla direttrice del casting Martina Orcese e al suo aiuto Mario Lei. Tra stereotipi, pregiudizi e risate, la serie è una delle prime produzioni italiane che ragionano su razzismo e multiculturalità con ironia e comicità, nonostante la serietà dei temi trattati.
Kiboba, perché è difficile per chi è di colore far ridere in Italia?
«Il percorso è molto difficile per i comici italiani, figuriamoci per chi è nero. Una volta arrivato a Milano, dove vivo, ho dovuto costruirmi una vita, in attesa del permesso di soggiorno. Sono consapevole di aver raggiunto traguardi importanti e ne vado fiero».
Come e quando è arrivato in Italia?
«In Congo la mia famiglia era vittima di persecuzioni e mio padre decise di farmi scappare. Avevo 18 anni e sono arrivato in Italia dopo il viaggio in barca dalla Libia. Anziché finire nei Centri di accoglienza, sono stato affidato a una cooperativa milanese: ho seguito i corsi di italiano, un percorso di integrazione e ho prodotto i documenti per poter restare; poi ho dovuto lasciare e camminare con le mie gambe».
Che lavori ha svolto?
«Moltissimi, dal venditore al Libraccio all’addetto a un catering, al giardiniere. In parallelo, inseguivo la mia passione: la stand up comedy. Quando mi si sono aperte certe porte, ho lasciato tutto per dedicarmi al palco. L’ultimo lavoro è stato come magazziniere. E come conseguenza delle serate, il mio nome ha iniziato a girare, ho tenuto laboratori per i programmi Mediaset, finché un mio monologo per le Iene è andato talmente bene che mi presero nel cast».
Il programma di Italia 1 spesso tratta casi di cronaca nera, portando a riaprire le indagini, come nel caso di Garlasco.
«Quello è il compito delle Iene, che sono professionisti preparati, hanno lauree che io non ho e svolgono un compito per cui rischiano anche querele. Io e gli altri comici, come Max Angioni, facciamo intrattenimento, cerchiamo di smorzare i toni, distaccandoci un po’ dai servizi trasmessi».
Nei suoi interventi ironizza su pregiudizi e discriminazioni. Li ha vissuti sulla propria pelle?
«Anche se fosse, non mi interessa, la vivo con leggerezza. A soffrirne sono i ragazzi afroitaliani perché sono cresciuti con i compagni bianchi e ricevere un trattamento diverso li fa stare male. Per me, che vengo dall’Africa, non è così. Ci sono problemi più gravi di qualcuno che mi chiama negro».
Nella serie «Nathan K.» il protagonista capisce che per sopravvivere bisogna fare dei compromessi, tra cui accettare l’idea di sposare una donna anziana per ottenere la cittadinanza italiana, finché non incontra Diana e se ne innamora. È la sua storia?
«Sono storie che ho vissuto, un po’ romanzate per fare intrattenimento. Confermo che ho pensato al matrimonio per avere la cittadinanza. Invece, oggi sono sposato con una ragazza italiana e abbiamo una bambina di quattro anni».
È diventato italiano?
«No, ma non è che devi diventarlo per esserlo, devi sentirlo. E io mi sento italiano».
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15 maggio 2026
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