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Ma dove è finito il caro vecchio Trump, quello col vezzo di insolentire gli alleati e i connazionali residenti in Vaticano? Al cospetto dell’impassibile «Ping» (come lo ribattezzò l’immortale Di Maio-Tse Tung), il babau si è trasformato in una statua di terracotta. Per darsi un tono stringeva le labbra e reclinava la testa, ma più che un imperatore romano faceva venire in mente uno spaventapasseri.
E poi le parole. Dimenticate i toni sprezzanti che riserva a europei, giapponesi, canadesi. Davanti a Xi Jinping era tutto un «sei un grande leader», «per me è un onore essere tuo amico», «avremo un futuro fantastico insieme». Che l’aria di Pechino lo abbia trasformato di colpo in un diplomatico avveduto, un prudente navigatore di correnti democristiane?
Mi sentirei di escluderlo. Considerato che aveva steso tappeti rossi anche a Putin, si può invece giungere alla conclusione che essere alleati di quest’uomo d’affari non è mai un grande affare. Se sei grande e grosso come lui, ti porta rispetto e cerca di fregarti riempiendoti di complimenti. Se invece sei piccolo e diviso come noi, ti disprezza e cerca di fregarti riempiendoti di improperi.
In ogni caso cerca di fregarti.
L’importante è saperlo, e smettere di stupirsi se quello che dice non corrisponde mai a quello che pensa, e se quello che pensa non è più quello che ha pensato ieri e non è ancora quello che penserà domani. Indignarsi e costernarsi con uno così serve davvero a poco. Serve di più mettersi in condizione di poterne fare a meno.
15 maggio 2026
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