Beautiful. Una soap opera, un karma
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Beautiful. Una soap opera, un karma

Giovedì 14 maggio 2026
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Beautiful. Una soap opera, un karma

di Maria Angela Robustelli

C’è stato un tempo in cui senza farlo a posta, pendevo inesorabile come una spada di Damocle, sulle passeggiate vomeresi da Yes Man, di Luigi.
Sebbene l’arancione non fosse mai stato il mio colore preferito, ricordo ancora con orgoglio - dopo che a Parigi, in una pausa da Cečov al centro AIA, diretta da Jean-Paul Denizon, mortificata, appresi sì che l’attore italiano più amato dai francesi per talento e disciplina fosse Totò, ma anche che Napoli, la mia città era identificata come la città della munnezza - i suoi discorsi appassionati della prima campagna elettorale, contro la mala gestione dei rifiuti e la sua idea di democrazia partecipativa che vedeva nei beni comuni il punto di partenza per ridefinire una nuova comunità cittadina.
Avremmo assistito a una vera rinascita culturale, guidati da un leader carismatico e fotogenico che poteva fare del miraggio di una sinistra alternativa europea, una realtà concreta, e a quel punto i francesi avrebbero dovuto ricredersi, riflettendo in castigo davanti alla loro baguette col camembert. Sciarpina a parte, io gli avevo creduto.

Senza indugiare sulle presunte motivazioni che hanno portato alla effettiva parabola discendente di caduta a picco di quella che doveva essere una giunta inaffondabile, e al suo conseguente farsesco epilogo di crollo al 6% della sua protetta assessora cartoon in competizione per lo scranno cittadino, mi limiterò a dire che quelle stesse chiacchiere spacciate per ragion di stato, hanno rivelato, col senno di poi, scenari degni dei finali più burrascosi della famigerata triade Ridge, Brooke, Taylor.
Avevano brutalmente e inspiegabilmente chiuso il piccolo teatro di quartiere, dove insieme a diverse associazioni e artisti di tutto rispetto, lavoravamo a un progetto di recupero dei giovani del territorio e di teatro partecipato aperto alle nuove drammaturgie dell’itineranza con diverse collaborazioni nazionali ed internazionali.
Proprio in quel luogo, che avevamo recuperato dall’abbandono a pochi metri da una nota piazza di spaccio nei Quartieri Spagnoli, dopo tante rassicurazioni, incoraggianti serate evento condivise e foto ricordo sui giornali, ci avevano buttato fuori come dei criminali con tanto di Digos e Polizia di Stato. Non riuscivo a credere che sotto il mandato di sgombero, avvenuto mentre il sindaco era fuori città, ci fosse la sua firma.
Ci disse che c’era stato un vizio di forma, burocrazia da risolvere, che ci saremmo dovuti incontrare per rimette a posto le cose, che non avremmo dovuto disperare e che ci saremmo incontrati con tutti gli iscritti delle altre associazioni residenti, di sabato mattina.
Senza però specificare di che anno in effetti.
E così i giorni della settimana, le stagioni, gli anni passarono veloci ma il sabato mattina tornava sempre puntuale a ricordarci che quell’appuntamento non sarebbe mai più avvenuto.
Solo che per chi come lui e me, pansiniani doc, è nato e cresciuto al Vomero, le tappe del sabato mattina sono più o meno sempre quelle.
Caffè al Bar degli Artisti, in Piazza degli artisti, passeggiata al mercatino per comprare mutande e calzini, la spesa alimentare ad Antignano, da Ciucculatin’ per la frutta e dalla pescheria di fronte per le alici fresche e non di rado, quando la stagione lo permette, una passeggiata in Floridiana fino a raggiungere la funicolare, scendere giù al centro e prendere un aperitivo al sole dei tavolini di Piazza Trieste e Trento, facendo in tempo a tornare a casa per la tarda ora di pranzo partenopea.
Ebbene, per lungo tempo la sua ridistribuzione karmica, si è manifestata da dietro l’angolo di questi appuntamenti abituali, con la mia puntuale apparizione casuale, probabilmente ai suoi occhi percepita come una presenza minacciosa che aleggiasse inesorabile per ribadirgli le sue mancanze. Il resto è storia.
Devo dire che poi, d’accordo con Voltaire che scrisse che solo gli stupidi non cambiano mai idea, decisi di rincontrarlo, dopo molti anni, in nome della lotta per riaprire quel teatro che non morirà mai. Lui accettò.
Era un sabato mattina.
Dopo svariate soste per foto selfie tra lui e alcuni passanti nostalgici in Piazza Vanvitelli, riuscimmo finalmente a sederci ad un caffè. Decisamente meno gravato dal peso delle responsabilità istituzionali ma comunque guardingo nei miei riguardi - e come dargli torto - mi mise al corrente della sua intenzione di ricandidarsi e mi chiese del teatro, fu una conversazione piacevole.
Quando ad un tratto, nel bel mezzo di quel nostro primo scambio dopo tanto tempo, guardò d’impulso l’orologio e mi disse che si era fatto tardi e che per discuterne meglio ci saremmo dovuti rivedere.
Era in partenza per la sua tournée teatrale.

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14 maggio 2026 ( modifica il 14 maggio 2026 | 08:25)

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